mercoledì 13 dicembre 2017

Come prepararci ai cambiamenti climatici in corso


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Come preparare l'Europa ai cambiamenti climatici
La relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente Climate change adaptation and disaster risk reduction in Europe - enhancing coherence of the knowledge base, policies and practicesanalizza le attuali pratiche ed il livello di know-how sul tema dei cambiamenti climatici, sottolineando quelli che sono gli strumenti innovativi emergenti che le autorità nazionali, regionali e locali stanno utilizzando per affrontare gli impatti dei rischi legati al clima.
In particolare si concentra su 10 importanti rischi naturali in Europa: ondate di caldo, grandi precipitazioni, esondazioni di fiumi, tempeste di vento, frane, siccità, incendi boschivi, valanghe, grandine, tempeste e livelli di mare estremi.
Questi eventi hanno grandi ripercussioni sulla salute umana, sull'economia e sugli ecosistemi.
Le perdite economiche totali riportate dagli estremi eventi climatici nei 33 paesi europei nel periodo 1980-2016 ammontano a oltre 450 miliardi di euro. La maggior parte degli impatti economici è stata causata da inondazioni (circa il 40%), seguite da tempeste (25%), siccità (circa il 10%) e ondate di calore (circa il 5%). La copertura assicurativa di tutti questi rischi è in generale circa il 35%. Gran parte delle perdite totali è stata causata da un piccolo numero di eventi.
Per quanto riguarda gli impatti sulla salute umana, le ondate di caldo sono le più mortali, soprattutto per target vulnerabili come gli anziani, per il peggioramento delle malattie respiratorie e cardiovascolari, aggravate dall'inquinamento atmosferico. Anche le inondazioni, le frane e gli incendi forestali causano mortalità, ma meno delle ondate di calore.
Le proiezioni sul clima mostrano che la maggior parte di questi rischi aumenterà in frequenza e gravità nei prossimi decenni in tutta Europa.
Di fronte a questo scenario, il report dell’Agenzia europea suggerisce una strada precisa per preparare l’Europa ad affrontare ed adattarsi ai cambiamenti climatici: migliorare la coesione alla base delle conoscenze, delle politiche e delle pratiche.
La cooperazione più stretta tra gli attori coinvolti, incluso un migliore allineamento delle politiche, sarà infatti cruciale per ridurre gli impatti dei rischi legati al clima.
Nei Paesi Bassi, ad esempio, il governo nazionale, le amministrazioni locali, le province e i comuni lavorano a stretto contatto nel programma Delta, un progetto ideato e avviato in seguito all'inondazione causata dal mare del Nord nel 1953, per evitare il ripetersi di simili catastrofi. L'inondazione aveva infatti causato la morte di 1835 persone e costretto all'evacuazione altre 70.000; annegarono 10.000 capi di bestiame e 4.500 edifici furono distrutti.
Anche le compagnie assicurative possono contribuire a rafforzare la resilienza, come dimostrano alcuni esempi provenienti dalla Spagna, dalla Francia e dal Regno Unito, creando incentivi per la prevenzione dei rischi e aiutando a migliorare la comprensione dei rischi climatici tra i cittadini.
In linea con la strada tracciata dall’Agenzia europea per l’ambiente sono state anche le conclusioni dell’ultima conferenza annuale della Società italiana per le scienze del clima, tenutasi dal 26 al 27 ottobre 2017 a Bologna. In particolare la tavola rotonda “Le politiche di adattamento e il modello di governance – Un continuo dialogo tra il livello Nazionale, Regionale e Locale”, discutendo del ruolo del Piano Nazionale di Adattamento e dei piani regionali e locali nell’implementazione delle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici attraverso il coinvolgimento di diversi attori, è stata l’occasione per evidenziare le opportunità di una nuova governance che possa facilitare l’adattamento ai cambiamenti climatici attraverso il coordinamento tra i diversi livelli politici.
Nel corso della Conferenza si è inoltre discusso dell’ultima estate, per l'Italia la seconda più calda dal 1800, dopo quella del 2003. Il mese di agosto, in particolare, ha registrato un eccezionale deficit di pioggia (-82% rispetto alla media), contribuendo a rendere l'estate la quarta più secca dal 1800. (vedi dati ISAC-CNR). Inoltre, le proiezioni modellistiche mostrano per il 2016-2035 un aumento medio di temperatura estiva di circa 1-1.5 °C rispetto al periodo 1986-2005 e una diminuzione della piovosità fino al 10-20% durante le estati (e primavere) più secche. In un futuro non troppo lontano le estati saranno dunque simili, se non peggiori, di quella appena trascorsa.

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Arpat — archiviato sotto: 

martedì 12 dicembre 2017

Religioni e contese sociali, economiche e politiche - Tutte le guerre sono "irreligiose"


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Dopo le nazioni, il secondo male sono le religioni, perché hanno combattuto e ucciso per motivi che non interessano a nessuno.  Le religioni di origine semitica, come il giudaismo, il  cristianesimo e l'islam, furono  le prime  a inculcare nella mente della gente l'idea che  la guerra può essere "santa". E altri culti si sono poi accodati, massacrandosi a vicenda in nome di Dio.

Io affermo che la guerra in quanto tale è irreligiosa. Non possono esistere cose come una crociata, una jihad, una guerra santa! Se definite santa la guerra, cosa resta che possa essere definito profano? A chi interessa Dio, fatta eccezione per i preti?

Io non ho mai incontrato un uomo realmente interessato a Dio. Se gli offrite cinque dollari con una mano e con l'altra Dio, si prenderà i cinque dollari e dirà: “Dio è eterno, ne riparleremo più tardi. Per il momento mi sono più utili i cinque dollari”. Ma i preti lo trovano così interessante perché Dio è il loro business, e naturalmente vogliono ampliare il loro giro d'affari.

Le religioni hanno distrutto l'integrità dell'uomo. Lo hanno spezzato, non solo in parti, ma in parti che continuano a lottare tra di loro. In questo modo hanno reso schizofrenica l'umanità: hanno dato a ogni uomo una personalità dissociata. Ed è stato fatto in maniera molto furba e astuta: tramite la condanna del corpo e del sesso, facendo rivoltare l'individuo contro la sua stessa natura.

Tutte le religioni sono contrarie a ciò di cui l'uomo può godere. E' loro interesse mantenere l'uomo infelice, distruggere ogni sua possibilità di trovare pace, gioia e appagamento; di trovare il paradiso qui e ora. Per l'esistenza dell'“altro mondo” la tua infelicità è indispensabile. Ad esempio, se la tua sessualità è realmente soddisfatta, non hai bisogno di Dio, perché la tua vita è appagata; viceversa, se la tua sessualità viene condannata, repressa, distrutta, se ti fa sentire in colpa, Dio può continuare a vivere in eterno.

Osho

lunedì 11 dicembre 2017

Marco Renzi: "Giornalismo digitale ed informazione ambientale"


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Intervista a Marco Renzi, presidente del centro studi sul giornalismo Libertà di Stampa Diritto all'Informazione, co-fondatore e organizzatore di digit (il primo festival italiano dedicato al giornalismo digitale)



Come promotore di una manifestazione come Digit, tutta dedicata alla comunicazione digitale, come descriverebbe la nuova frontiera della comunicazione 2.0 per una pubblica amministrazione?
La pubblica amministrazione potrebbe essere di fronte ad un cambiamento di passo molto importante attraverso il passaggio operativo al digitale, cosa molto sbandierata ma tutt’altro che realizzata.
Il passaggio "vero" al digitale potrebbe finalmente riuscire a riunire insieme le esigenze di comunicazione con quelle di snellire le procedure di accesso e di realizzazione dei processi di assistenza e supporto che la pubblica amministrazione dovrebbe essere in grado di fornire al cittadino.
Per capirci meglio provo a fare un esempio. Non è abolendo i front office con le persone e sostituendoli con numeri verdi o con bot digitali che si realizza al meglio questo processo, ma permettendo al cittadino di realizzare in proprio la maggior parte di un qualsiasi processo/accesso ad un atto/documento utilizzando al meglio le tecnologie digitali.
Tale sistema che vede il cittadino protagonista ha senso e potrà essere realizzato solo se tutti i dipendenti della PA e tutti i cittadini saranno in grado di usare al meglio le tecnologie digitali e quindi prima di avviare qualunque tipo di riforma bisogna riformare l’accesso al mondo digitale aprendosi alla cultura digitale che non vuol dire insegnare il coding ai bambini delle elementari o peggio ancora dell’asilo. Vuol dire insegnare a tutti a partire dai bambini quale sia il corretto approccio al mondo digitale. Una sorta di alfabetizzazione al mondo digitale di natura culturale e non tecnologica.
Ormai la comunicazione sui social ha assunto un ruolo fondamentale. Secondo lei cosa dovrebbe fare in tale campo una pubblica amministrazione?
Formazione di base ai propri dipendenti per imparare come si sta sui social, come si scrive sui social, come si interagisce con i cittadini attraverso le reti sociali, come si gestisce un’emergenza attraverso i social, come si gestiscono i commenti (anche e soprattutto quelli malevoli) sui social, come si utilizzano i social per creare e gestire servizi per la comunità.
In altre parole e senza ripetere la risposta alla domanda numero uno, ritengo che non sia la moda del momento (leggi social) a dover essere cavalcata bensì il nuovo modo di stare nel mondo, il nostro mondo fatto perlopiù di “cose digitali” che presuppone una conoscenza diversa, più profonda e accurata della cultura digitale, non degli strumenti tecnologici che la supportano.
È abbastanza generalizzata una sostanziale sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, anche verso enti tecnici e scientifici come possono essere le Arpa. Come è possibile comunicare dati e informazioni scientifiche in questo contesto sociale?
Facendo del buon giornalismo. Qualche giorno fa ho letto di un corso, forse un master, in una prestigiosa università milanese per formare “influencers”. Il mondo del giornalismo si è sentito violato da questo ennesimo - secondo importanti commentatori - attacco nei confronti dei professionisti dell’informazione.
Questo esempio serve per provare a spiegare la mia idea di giornalismo 2.0 o per stare ancora di più sulla cresta dell’onda 4.0, come va tanto di moda oggi definire il futuro digitale.
Perdonate l’ironia, del tutto voluta, ma quello che mi sembra di percepire ancora oggi è una mancanza di comprensione vera del passaggio al digitale.
Se si fosse compreso quello che sta realmente accadendo, soprattutto in campo giornalistico, si sarebbe capito - a mio avviso - che la rivoluzione digitale è una enorme opportunità per i giornalisti e non un problema.
I professionisti dell’informazione hanno una metodo di lavoro che si adatta benissimo alle nuove logiche dell’ecosistema in cui il rapporto emittente-ricevente è stato annullato e in cui tutti siamo sia emittenti che riceventi.
La differenza fra un contenuto falso, distorto o semplicemente diffuso con approssimazione e goliardia, la possono fare proprio i professionisti dell’informazione. Realizzare un buon servizio per la comunità, confezionare delle narrazioni realmente utili, mettere a punto strumenti informativi che servano anche da orientamento per l’utente; questi sono solo alcuni dei modi in cui un professionista dell’informazione può fare la differenza oggigiorno.
Le agenzie ambientali sono enti tecnici, i temi da loro trattati hanno una complessità̀ non facile da rendere comprensibile a tutti. Quali suggerimenti può dare ai comunicatori delle agenzie ambientali?
Non vorrei ripetermi ma la differenza sta sempre lì nel mestiere e nel modo in cui il nostro mestiere si applica alla realtà che viviamo.
Non si tratta di tutelare una categoria o peggio che mai di difendere una lobby di potere. Non esiste più alcuna lobby: basta guardare i dati dell’ultima ricerca sulla professione realizzata dall’associazione Libertà di Stampa Diritto all’Informazione di cui mi onoro di essere presidente.
I giornalisti contrattualizzati sono scesi sotto le 15 mila unità contro un universo professionale composto di oltre 110 mila iscritti all’Ordine dei giornalisti.
La figura del giornalista, inteso come professionista dell’informazione, è già e sarà sempre di più l’unico riferimento possibile per l’utenza nel mare magnum dell’overload informativo.
La società sarà sempre più sommersa dai dati, chiamiamole notizie, chiamiamole informazioni; ma la sostanza non cambia, in mezzo a tutte queste tonnellate e tonnellate di terabyte, quello che farà la differenza sarà chi ci aiuterà a decifrare questi dati. Chi ci fornirà una giusta interpretazione di queste informazioni. Chi ci guiderà nella corretta interpretazione di queste notizie.
Le agenzie ambientali, fra i loro compiti istituzionali, hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali. Che impressione ha della situazione esistente in tal senso e cosa dovrebbero invece fare le agenzie ambientali?
L’impressione è che non ci siano abbastanza sinergie fra la parte dell’acquisizione della conoscenza - i dati raccolti - e l’uso che se ne fa soprattutto in funzione della gestione delle emergenze e delle catastrofi ambientali.
L’esempio che cito sempre è quello del Giappone che, come è stato empiricamente dimostrato qualche tempo fa in occasione del lancio di una testata nucleare da parte della Corea del Nord per un esperimento, ha reagito con tempi e modi, al presunto attacco atomico, decisamente brevi dimostrando grande efficienza.
Noi, inteso come Paese Italia, siamo ancora fermi, in caso di allarme meteo grave o peggio di un’emergenza, ai fax dalle Prefetture che attivano la Protezione Civile e i Comuni.
Inoltre, e fuori da qualsiasi intento polemico, bisogna anche ricordare che viviamo nell’epoca della disintermediazione, periodo in cui le informazioni arrivano direttamente agli utenti senza essere mediate e interpretate dall’autorità e/o dagli esperti; e andiamo verso l’epoca dei sensori e dell’intelligenza artificiale ovvero nell’epoca in cui le macchine dialogheranno tra di loro per realizzare servizi e operazioni per il nostro benessere.
Quello che noi tutti dobbiamo imparare a fare è comprendere come tutti questi automatismi investiranno la nostra vita ma soprattutto come rimanere noi i registi di tutti questi processi, anche e soprattutto, nei segmenti professionali o istituzionali della gestione del sapere e della conoscenza come quello delle informazioni ambientali.
Come esperto di comunicazione, ed anche come cittadino, cosa si aspetta dall'attività di comunicazione e informazione di un’agenzia ambientale?
Mi aspetto grande competenza scientifica ma anche pari conoscenza e capacità di gestione degli strumenti di comunicazione per riuscire ad essere realmente efficaci nella capacità di informare gli utenti durante gli stati di crisi o di emergenza.
Ma senza giungere a casi estremi e urgenti, mi aspetto nella corretta gestione della comunicazione dell’agenzia, la capacità di riuscire a far giungere le notizie prodotte in seno all’agenzia sulla stampa generalista e nell’epoca della disintermediazione, la nostra epoca, direttamente sui device degli utenti per fornire a tutti le informazioni più utili e in tempo reale per migliorare la qualità della vita di ciascuno di noi. 

La nuova frontiera della comunicazione 2.0 per una pubblica amministrazione
Fonte: Arpat

domenica 10 dicembre 2017

Biglie... il gioco bioregionale più antico del mondo...


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Caro Paolo, questo era l'intervento che avevo preparato per la Fierucola delle eccellenze bioregionali 2017, con esposizione di numerose biglie neolitiche colorate fatte a mano in terra cruda di terre diverse e di diverse grandezze,  che spero poter proporre in altra occasione...

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Per biglia (o bilia) si intende una sfera o palla da gioco di materiale duro.

I giochi con le biglie erano molto praticati in passato, quando i bambini giocavano all'aria aperta ed avevano a disposizione spazi sterrati in cui costruire le piste o le buche. Oggi sopravvivono più che altro nelle spiagge, o
in qualche riedizione tecnologicamente evoluta.

"Biglie. Tecnica e storia di un gioco antico", titolo del bel libro che Laura Scappini ha dedicato  alle biglie.

Erede della noce e della nocciola, sorella minore della palla, la biglia è oggetto antichissimo ma sempre attuale. Ci giocavano già gli Egizi e i Romani, e ora si stanno riscoprendo le sue numerose qualità e la sua lunga tradizione.


Nel libro si trova una panoramica completa sul mondo delle biglie: le loro radici, la fabbricazione di modelli in vetro e altri materiali, il loro utilizzo nella didattica, le istruzioni per giocarci e molto altro ancora. Un
libro utile per gli educatori, gli appassionati dei giochi e i collezionisti.

Origini delle biglie

Secondo la storia la biglia è il gioco più vecchio al mondo, pare infatti che i nostri avi ci giocassero con frutti, sassolini o addirittura ossa. Non era importante di che materiale fossero, l’importante era che avessero una forma sferica.

Alcuni bambini le costruivano da soli, con della creta che poi facevano cuocere nel forno di casa. Tuttavia la biglia di vetro rimane la più usata e la più richiesta ancora oggi, anche se le sue origini non sono note. Dal XVIII°secolo fino al XX°, la Germania è stata il centro mondiale dell’industria delle biglie, originariamente erano di marmo, come è indicato dal nome inglese
marbles.

Con le biglie si possono fare numerosi giochi, generalmente cercando di colpire la biglia avversaria, o in alcuni casi di farla finire  in “buca” o “tana” impossessandosi così delle biglie dell’avversario.

Si racconta che l’imperatore Augusto portava sempre con sé alcune biglie e ogni qual volta incontrava bambini per strada che stavano giocando, si aggregava a loro.

PALLINE DI TERRACOTTA, VETRO E ACCIAIO


I bambini romani conoscevano le biglie, che erano fatte di terracotta, e usavano per i loro giochi, ma anche frutti, soprattutto le nocchie o nocciole, le noci e mandorle ma anche ciottoli di fiume particolarmente rotondi. Questi
frutti furono usati anche in epoche successive, ma, man mano furono le biglie ad avere il sopravvento. Le biglie rappresentano, infatti, il “giocattolo” meno costoso e che si presta ad un’infinità di giochi e, certamente per queste sue peculiarità, le biglie furono uno strumento di gioco praticato già dagli antichi egizi e che si ò protratto fino ì ai giorni nostri. Biglie di terracotta sono state trovate durante gli scavi ai Fori Imperiali a Roma.


Biglie in osso d’epoca carolingia sono state rinvenute negli scavi di Dorestadt e in quelli di Costanza e Friburgo. L’Historisches Museum Pfalz di Spira e lo
Speelgoed museum di Mechelen ne conservano alcune di creta. I vari giochi che si possono fare con le biglie sono: Il Gioco delle fossette. Peter Bruegel nel
dipinto “Giochi di fanciulli” illustra questo gioco nella sua forma più semplice con solo quattro fossette in linea tra loro, mentre Bouzounet-Stella lo rende più complesso con tre linee orizzontali di fossette composte,
ciascuna, da tre incavi e dedica a questo gioco una seconda edizione dove invece delle biglie i ragazzi utilizzano le noci così come un’incisione del secolo XVII di August de Saint-Aubin. Il gioco consiste nel lanciare due biglie nella stessa fossetta; chi ci riesce vince le biglie dei compagni che non sono entrate negli avvallamenti o che nel caso ne fosse entrata una sola. I
miniaturisti immortalarono questo genere di gioco nei loro codici, molto pregevole è la pagina del mese di settembre del Libro d’Ore della Vergine, della bottega di Simon Bening, del secolo XIV, e anche Guillaume le Bé, dedica una stampa a questo gioco evidenziando borse per contenere le biglie stesse: chi mette le sue biglie in quella centrale, vince, mentre in un’altra incisione
rappresenta un gioco con una sola fossetta biglia al centro. Disegnato per terra una serie di cerchi o un quadrato diviso, in quattro vinceva che metteva la
propria biglia il più possibile vicino al centro (alle volte era usato un gettone o un bottone) o in una determinata parte del quadrato che aveva un maggiore punteggio delle altre. Il Codice Ango dedica due miniature alle
biglie, una rappresenta forse il semplice gioco di bocciarle, l’altra invece, mostra un quadrato disegnato sul terreno tagliato da due diagonali che uniscono
i quattro angoli, le biglie dovevano fermarsi in uno dei quattro triangoli, magari seguendo una successione prestabilita. Lo stesso disegno tracciato per terra visibile in una stampa impressa presso Guillaume le Bé che, oltre al quadrato, presenta anche il disegno di un cerchio diviso in quattro spicchi e, molto simile, un’altra di Jan Luyken  I giochi con le biglie non potevano non
essere menzionati da Francois Rabelais che quando intende biglie scrive “au pingres”, quando, invece, si riferisce al gioco delle fossette scrive “au leuttes” e da Jean Froissart, cronista francese del XIII secolo, che a undici anni era “un ragazzo in gamba nel fare grosse biglie di terra”, scrive nel suo Espinette amoreuse, mentre a distanza di sette secoli Flaubert, nella sua
Madame Bovary, racconta: “Ce n’era già qualcuno dei ragazzi, giocavan alle biglie sul lastricato del cimitero”. 


In epoche recenti le biglie furono le protagoniste nei giochi al mare dove si disputavano accanite gare in piste
costruite con la sabbia.

Uno dei giochi più antichi è senz’altro quello delle picie (biglie di vetro), non nel modello luccicante e colorato che siamo abituati a vedere, ma sotto forma di palline di terracotta essiccate al sole, venivano usate dai ragazzini
greci e romani. I giochi che si possono fare sono molti, ma tutti hanno lo scopo di vuotare le tasche degli avversari di biglie per riempire le proprie.

Nel mondo dei giochi, le biglie sono degli oggetti ancora preziosi, bellissimi e fuori dal tempo…


Ferdinando Renzetti

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sabato 9 dicembre 2017

Arte, tecnologia e scienza...


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Il concetto di arte non riguarda solo il campo delle arti applicate ma può essere riferito anche ad una poesia, ad uno spartito musicale o anche ad un oggetto utilizzato nel campo scientifico, oggetti didattici e artistici al tempo stesso che rappresentano un patrimonio storico-artistico e scientifico inestimabile; simboli dell’evoluzione scientifica legati ad un concetto di bellezza durevole nel tempo., punto di incontro fra Arte e Scienza. 

Gli strumenti scientifici sono stati oggetto di interesse dei più grandi collezionisti a partire dal secolo XVI fino al XVIII, esposti all’interno delle Wunderkammer per la loro bellezza e raffinatezza di lavorazione, esprimevano il gusto e gli interessi scientifico-culturali dell’aristocrazia del tempo. Inizialmente non venivano neanche utilizzati in campo scientifico perché considerati imperfetti e non in grado di rispondere alle teorie che avevano determinato la loro nascita, per cui era considerato maggiormente l’aspetto estetico che rappresentava il vanto e la grande maestria artigianale degli artisti a cui venivano commissionati tali oggetti. 

Questi oggetti servivano alle misure relative alle scienze esatte: geometria, astronometria, geografia, cronometria ed alle varie branche della fisica; oggi gli stessi strumenti, a parte le dimensioni, sono costruiti con spirito puramente utilitario ed applicativo.. Ma una volta non era così. 

Molti scienziati al servizio di corti principesche ritenevano di dover fare costruire oggetti degni dello splendore dei loro mecenati e ne affidavano l’esecuzione ad artigiani di grande valore, essi stessi sovvenzionati dal signore del luogo. Nascevano così quei compassi d’argento dorato, quegli astrolabi cesellati e incisi il cui lusso è ancora oggi apprezzato e fonte di grande sorpresa. E’ evidente che la loro funzionalità doveva prevalere sull’ aspetto puramente decorativo che doveva invece essere inteso soltanto come abbellimento, comunque studiato in modo di non impacciare mai l’operatore. 

La forma dell’oggetto così come ci si presenta non è mai casuale ma deve seguire una serie di regole imposte dalla funzionalità dell’oggetto stesso, che da principio sembra essere lontano da un concetto di bellezza; lo studio della strumentazione scientifica in realtà contiene in sé un forte fascino estetico ma è anche simbolo dell’evoluzione umana. La storia della produzione scientifica, in particolar modo in Italia è sempre stata ostacolata dalla mancanza di cultura scientifica e tranne in rari casi, gli oggetti creati sono stati di scarso rilievo. 

Un quadro più accurato ci è presentato dal Govi nel 1873 in una magistrale relazione sugli strumenti scientifici, in cui egli mostra la necessità di iniziare anche nell’Italia rinnovellata le industrie di precisione, dopo aver premesso che l’industria degli strumenti di precisione o scientifici non si mostra né si fa importante se non nei luoghi dove le scienze pure o applicate si coltivano con amore, sono apprezzate dal pubblico, onorate e favorite dal governo. Così a Venezia e Genova dove il commercio alimentava gli studi della Nautica si cominciarono a costruire le migliori bussole, i buoni astrolabi e le carte da navigare ed ancora ai tempi di Galilei si imposero buoni lavoratori di lenti e cannocchiali. 

In Germania invece gli orologi, necessari a gente divenuta economa del tempo, si fecero squisitamente in Allemagna e furono perfezionati nell’Olanda navigatrice; poi in Inghilterra divenuta a sua volta la prima nazione navigatrice si imposero ottimi strumenti per l’astronomia, e, dietro la spinta dal genio e dalla reputazione del Newton, si lavorarono prismi, cannocchiali, telescopi a riflessione, termometri, barometri, macchine pneumatiche, microscopi, ecc. che per molti anni non ebbero rivali. 

Il Colbert fondando l’Academie des Sciences fece sorgere in Francia l’ndustria di precisione, che toccò il suo apogeo nella prima metà del XX secolo nelle officine del Gambey, del Lenoir, del Fortin, del Cauchoix, del Soleil, ecc., quando in Parigi sedeva una pleiade di illustri scienziati, e alle intemperanze guerresche era succeduto un periodo di pace operosa e feconda. Nell’Italia intanto, esauritisi quegli antichi conati di Genova e di Venezia, e l’eccitamento momentaneo destato in Roma dal Cesi coi Lincei, e in Firenze dal Granduca Ferdinando e dal principe Leopoldo con l’Accademia del Cimento non si stabilì mai una vera industria di precisione. 

Si fecero sforzi individuali, talvolta meravigliosi, si ebbe ingegnosità somma e fecondità nell’ideare strumenti, ma, non essendo abbastanza diffusa, né sufficientemente incoraggiata a cultura delle scienze, le officine dei costruttori non trovarono capitali per fondarsi e non sorsero, o morirono sul nascere, purtroppo specialmente in Italia... 

L’Amici fu nella prima metà di questo secolo il più insigne fra i costruttori di microscopi e di camere lucide, ma neppure esso instituì una vera industria, non avendo mai avuto più di tre o quattro operai in ristrettissimo laboratorio, così mal fornito degli arnesi necessari al lavoro, che le sue combinazioni di lenti, comprate avidamente dai Francesi, dagli Inglesi e dai Tedeschi, venivano rimontate da loro su nuovi strumenti, lavorati con quella finitezza che l’illustre micrografo non poteva conseguire nella sua modesta officina. I termometri e le altre vetrerie soffiate dal canonico Bellani erano saliti in qualche reputazione fra noi, perché non avevano chi facesse meglio di lui, ma nessuno, se non forse qualche curioso, ne esportò mai, né se ne fece un ramo di commercio. 

I compassi di fabbrica milanese o padovana, quantunque ben lavorati, per il peso eccessivo non poterono mai competere vittoriosamente con quelli di Francia o di Svizzera, altrettanto precisi ma più leggeri e quindi più comodi tanto che l’officina Galilei di Firenze, fondata e diretta per alcun tempo dal compianto prof. Donati, dopo alcuni tentativi di costruzione di qualche strumento ottico, finì per lavorare specialmente a contatori e apparecchi pei telegrafi. In Italia non sono mai nate fabbriche d’orologi, malgrado la fama del Dondi autore di un antichissimo planetario, e se ne ebbe la Savoia, dove prosperano ancora, li perdemmo nel 1859 quando fu ceduta quella terra alla Francia. 

“Per gli strumenti chirurgici invece, hanno anche gli italiani alcune officine nelle quali si lavorano industrialmente, e dalle quali si esportano con qualche profitto”. Queste le parole del Gori che ci indicano la situazione in cui si trovavano ad operare i costruttori degli strumenti scientifici in Italia e all’estero. 

I primi campioni-tipo di lunghezza furono creati rapportandosi alle membra umane: l’auna, che serve a misurare i tessuti, ripete il gesto del merciaio ed ha, secondo i paesi, o la lunghezza del braccio o quella delle due braccia distese; il gomito va dal gomito all’estremità del dito medio, e così via. Tra tutte queste unità il piede fu il più universalmente usato, e lo è ancora: il sistema più rapido e semplice per misurare le brevi distanze è, difatti, quello di percorrerle mettendo un piede dopo l’altro proprio come suggeriva il sistema di campionatura descritto nel 1522 dal geometra tedesco Jacob Koebel. 

La Cina, mille anni prima dell’era volgare, l’applicava anch’essa, fissando la lunghezza del piede a mille grani di miglio. Nella maggior parte dei paesi, veniva fissata una sbarra-campione ufficiale di bronzo, incastrata nel muro di un monumento o deposta in un edificio pubblico. 

In agrimensura ci si serviva dei multipli del piede: la tesa e la pertica. Le aree ed il volume erano calcolati in rapporto a questi campioni-tipo. Per le capacità, che riguardavano recipienti di forma imprecisa, ci si serviva di forme cilindriche di pietra. Alcune di esse sono ancora visibili presso la porta di certe chiese; a volte invece, i campioni-tipo erano di bronzo, conservati negli archivi delle città. Esistevano anche dei boccali per misurare il vino e la birra e della moggia per il grano. 

Per il peso si facevano, infine, dei campioni-tipo di bronzo, di pietra e persino di vetro: campioni-tipo che hanno preceduto quelli di platino(es. le pile di Carlo Magno, scodellini di bronzo incastrati l’uno nell’altro, le cui somme successive costituiscono una scala che va da pochi grammi a parecchi chilogrammi). 

Lo strumento analitico più popolare sia per la frequenza d’uso sia per avere legato la sua funzione a quella di un settore. la gravimetria, il primo cronologicamente dell’analisi chimica sia per la ricchezza di esemplari esposti nei Musei è certamente la bilancia. Per quanto riguarda le bilance commerciali, la cui capacità va da qualche grammo a parecchi quintali, esse venivano decorate con particolare cura nei casi in cui la loro destinazione avesse un carattere ufficiale. La perfezione della loro esecuzione è particolarmente apprezzabile in un’epoca in cui i materiali erano ancora abbastanza rustici: certe bilance da gioielliere, vecchie di più di tre secoli, sono ancora funzionanti. 

Concludendo :quando si parla di Arte e Scienza si cerca di ricomporre un’unione che proprio i Musei con la loro molteplice caratterizzazione ufficiale avevano messo in discussione, senza rendersi conto forse che nei Musei Scientifici c’è Arte come in quelli Artistici c’è Scienza.

A cura del Prof. Luigi Campanella Dipt. Chimica Università “La Sapienza”, Roma

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Fonte:  Accademia Kronos  Informa n. 48

giovedì 7 dicembre 2017

Bioregionalismo e critica alla società dei consumi - Il malessere definito benessere ed il "rifiuto" necessario

Il "rifiuto" necessario
Il vero problema non è tanto l'inquinamento, l'effetto serra o  la deforestazione, anche se chiaramente questi aspetti incidono pesantemente sulla situazione della biosfera. Ritengo che il maggior  danno sia causato  dall'eccedenza di rifiuti, vero cancro di questa società del Malessere definito Benessere. 
Ormai non passa giorno in cui non vengono mostrate foto di isole galleggianti nell'oceano composte da rifiuti di platica ed affini, poi ci sono le montagne di RSU scaricate in cave e pertugi sotterranei, senza trascurare i cosiddetti "rifiuti vaganti", ovvero le lattine, buste, cicche, involucri etc. abbandonati lungo le strade e nelle campagne. 
Stiamo costruendo una nuova superficie per il nostro pianeta: una pelle cosparsa di un belletto insidioso e putrido, le deiezioni della nostra società dei consumi.
Come superare questa situazione?
Spesso camminando per strada raccolgo cartacce pubblicitarie abbandonate e contenitori vuoti di sigarette o di altri prodotti del "benessere", ma ciò evidentemente non basta... Non basta nemmeno che i comuni facciano la cosiddetta raccolta differenziata, che poi in realtà tutto va a finire comunque in discarica o incenerito, poiché in Italia non esistono veri impianti di riciclaggio. Eppure le istituzioni non vanno oltre all'ideare nuove discariche o inceneritori o finto riciclaggio. Di diminuzione della produzione dei rifiuti nessuno ne parla, perché va contro "la crescita".
Il discorso è vecchio e già da parecchio tempo è stato portato ai vari tavoli di concertazione, sia da noi che da altre associazioni, di fatto le soluzioni amministrative sono rimaste ferme al solito sistema del palliativo posteriore, di prevenzione non se ne parla...
A questo punto inserisco una mia considerazione sulla necessità di partire dalla consapevole e personale azione di ognuno di noi, faccio esempi pratici: rinunciare alle bustine di plastica e girare con una borsa, rifiutare imballi superflui, reperire il proprio cibo direttamente dai produttori locali, interrompere l’uso smodato di elettrodomestici, lavorare con le mani, stare meno davanti al computer e televisioni e di più nei boschi… 
La battaglia contro la produzione dei rifiuti e gli sprechi energetici deve partire dalla casa di ognuno, dalla consapevole e personale azione di ognuno di noi. Non posso far a meno di affermare che se non iniziamo da noi stessi il processo non parte. 
Ad esempio la mia produzione di rifiuti si limita quasi esclusivamente al materiale organico, che teoricamente viene utilizzato per produrre compost (in verità non ne sono sicuro poiché molti utenti gettano nell'organico anche rifiuti non degradabili e quindi il compost ricavato è di pessima qualità, tanto che per smaltirlo l'azienda deve pagare qualche proprietario terriero per cospargerlo sui campi).
Ma andiamo avanti. Non acquisto quasi più giornali, se me ne serve qualcuno per accendere il fuoco lo recupero usato in qualche bar, raccolgo le cassette di legno della frutta buttate dai negozianti, utilizzo per bere od altri usi solo l’acqua del rubinetto, non acquisto prodotti con grossi involucri, etc. Qualcuno pensa che mi comporto così perché son povero e non mi posso permettere lussi, in realtà non saprei che farmene dei cosiddetti lussi visto che sto bene così… e chissà se questa stessa semplicità di vita non sia quella giusta per finalmente far pace con se stessi e con la Terra.
Andiamo sul concreto e dimostriamo con dignità umana che è possibile per ognuno di noi abbassare il livello del consumismo e della produzione rifiuti, cambiamo abitudini alimentari, interroghiamoci sul “necessario” per una vera qualità di vita. Se ritorniamo ad essere modesti come i monaci francescani, od i bikku buddisti, che vivevano ecologicamente, salveremo noi stessi dallo sfacelo e veramente potremo salvare il mondo, non “questo” ovviamente ma quello della Civiltà Umana.
Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana
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mercoledì 6 dicembre 2017

Bioregionalismo, ecologia profonda e consapevolezza ecologica

Il Bioregionalismo è l'arte di vivere in un luogo in armonia con la natura. Il Bioregionalismo è l'arte di non causare dolore non necessario agli animali. Il Bioregionalismo è l'arte di liberarci dal patriarcato, dal Dio patriarcale e ritornare alla Madre Terra, all’uguaglianza e alla libertà.
Le mie tre idee sul Bioregionalismo


Alcune riflessioni…

Quando nel 1996 a Monterufeno (Vt), dopo circa tre anni di frequentazioni e amicizie varie, fu fondata la Rete Bioregionale Italiana, nonostante le giuste proteste di Paolo D’Arpini (già allora Presidente del famoso Circolo Vegetariano di Calcata), si decise di comune accordo di non affrontare, o lasciare da parte, alcune tematiche fondamentali, la caccia, l’allevamento, l’alimentazione che poi negli anni seguenti vennero talmente alla ribalta che la loro discussione (o rifiuto di discutere) portò persino alla scissione del gruppo.
Personalmente all’epoca accettai lo stato delle cose anche perché ancora ogni tanto mangiavo la carne (anche se alternavo con periodi di vegetarianesimo). Già allora però rifiutavo l’idea (che girava nelle Rete) degli ecologisti americani che da sempre dicevano che la caccia era utile per la formazione ecologica delle persone e che alcuni di noi allevavano animali o in gabbie o in greggi addirittura per poi vendere agnelli pasquali destinati al massacro…!
Ma così va il mondo (il nostro, quello sbagliato) e nonostante il mio senso critico e di disagio, da ancora carnivoro  non me la sentivo di mettere in discussione questo modo di agire, ora penso poco ecologista o per niente…
Quindi all’epoca quando un giorno una persona curiosa mi chiese di definire in poche parole il Bioregionalismo(1) mi venne in mente una sintesi che poi ancora è molto valida:
Il Bioregionalismo è l'arte di vivere in un luogo in armonia con la natura
Una sintesi corretta ma che col tempo ho capito lascia spazio ad applicazioni di vita e pratiche molto differenti, spesso discutibili. Diciamo che può andare bene per tutti e per questo allora può anche non andare più bene! La sintesi è giustissima se la vediamo dal punto di vista dell’ecologia profonda, se tutto è connesso e viviamo con consapevolezza ecologica. Ma se non siamo ecologisti profondi (molti dicono di esserlo senza averci però capito molto…), allora l’armonia non è per tutti, tanto meno per gli animali che quindi ancora vengono tenuti prigionieri, sfruttati (per esempio rubando loro il latte) e infine uccisi (per finire da cadaveri in pezzi nei frigoriferi di casa), o, cucinati, sulla tavola…
Ecco quindi arrivare nel tempo la necessità di chiarire meglio il senso di quella pur bella frase (e la possibilità di farlo finalmente in modo coerente dato che da più di dieci anni ormai sono diventato prima vegetariano e poi vegano…), e quindi ecco la seconda frase:
Il Bioregionalismo è l'arte di non causare dolore non necessario agli animali
Per un vero ecologista (bioregionalista, ecologista profondo, diciamo anche una persona “normale” senza bisogno di essere impegnati attivisti o dei geni…), questa frase non dovrebbe avere bisogno di ulteriori spiegazioni…! Ormai dal punto di vista etico, scientifico, culturale, ambientale, salutistico, economico (serve altro?) è ben chiaro che gli animali andrebbero lasciati in pace. Come tutti (o come pretendiamo noi umani giustamente), dovrebbero avere diritto alla loro vita, al loro habitat e a svolgere il loro ruolo ecologico durante tutta la loro esistenza.
Sembra ormai chiaro che nella nostra società occidentale opulenta per alimentarci correttamente non c'è bisogno di sfruttare e/o uccidere gli animali. Chiaramente una tribù di indios dell'Amazzonia se se ha bisogno di sopravvivere nel suo ecosistema può farlo ma per assurdo si sa che un cambiamento può sempre avvenire e quindi se ci fosse un confronto con questa tribù e si scoprisse che seguono persino un indirizzo patriarcale si potrebbe sperare che dialogando nel tempo si convincano ad evolversi in maniera più pacifica (nei confronti degli animali e delle donne in particolare…).
La frase: non causare dolore non necessario la lessi anni fa in un interessante articolo scritto dal poeta americano Gary Snyder (grande amico della Rete Bioregionale Italiana), per lui era un fondamentale principio buddista, a me piacque molto e la estesi subito agli animali, senza immaginare che sarebbe stata (nella Rete e non solo là) fonte di discussioni infinite, ma così va il mondo…
Ora veniamo ora alla terza e ultima frase:
Il Bioregionalismo è l'arte di liberarci dal patriarcato, dal Dio patriarcale  e ritornare alla Madre Terra, all’uguaglianza e alla libertà
Intendo dire che l'avvento del patriarcato (circa 6000 anni fa in Europa) ha generato prima una società violenta e diseguale in particolare contro la natura e le donne, e poi la visione di un Dio maschile che ha autorizzato tutto ciò dall'alto, sostituendo in modo altamente cruento l'antica società pacifica, egualitaria e matristica della Madre Terra, infine è arrivato il capitalismo e le multinazionali… Così va il mondo, per ora…
Questa è la storia degli ultimi 40.000 anni, dalle donne e uomini del Cro-magnon del Paleolitico superiore (quelli delle splendide pitture rupestri e delle Dee madri, le cosiddette Veneri paleolitiche), passando per il neolitico con la Civiltà della Dea (come è stata ben studiata e definita dalla mitoarcheologa lituana Marija Gimbutas) e per finire con le grandi storiche civiltà di stampo occidentale e patriarcale. Queste grandi e potenti civiltà hanno cercato in tutti i modi, dalla violenza alla scrittura della Bibbia, fino ai moderni mass media, di farci dimenticare (specialmente alle donne) il nostro passato più egualitario ed ecologicamente profondo. Però, come ha saggiamente osservato sempre il poeta Gary Snyder, c’è sempre stato nei millenni, nei secoli, un Grande Flusso di consapevolezza sociale e/o ecologica (si pensi a tanti grandi movimenti come quelli dei Catari, delle femministe e poi ecofemministe, della Beat Generation, degli hippies, degli ecopacifisti…) che il patriarcato non è mai riuscito ad annullare o riassorbire del tutto e che ci dà un grande senso di speranza per il futuro(2).
Ecco quindi il senso profondo della terza frase: solo liberandoci del patriarcato, del suo Dio-padrone, delle multinazionali, dei generali e dalle loro amate guerre, della violenza in genere (contro noi stessi, le donne, gli animali, il pianeta), riusciremo come bioregionalisti, come persone ecologicamente consapevoli, come chiunque vi sentiate di essere, se amate la Madre Terra e tutto ciò che ne consegue, a… vivere in un luogo in armonia con la natura.
Il grande psicologo James Hillman una volta ebbe una importantissima intuizione: per risolvere i nostri problemi basati sull’assurdo grande amore (Venere) degli umani (almeno quelli degli ultimi 6000 anni) per la guerra (Marte), basterebbe sostituire il tutto con una grande ed energica (Marte) passione (Venere) per la creatività e l’arte…(3).
In teoria ci può riuscire chiunque magari partendo dalla propria tavola, ogni giorno, creando fantasiosi piatti con prodotti naturali magari del proprio orto in armonia con il ritmo delle stagioni, e lasciando gli animali felici…(4).
In definitiva basta ricordarsi che le nostre vite sono collegate fra loro e agli altri (piante, animali, umani, il pianeta), nessuna ci appartiene, tutto è connesso… Passato e presente dipendono dai nostri crimini e dalla nostra bontà ed è così che generiamo il nostro futuro…(5).
Non è poi così difficile e se lo vogliamo veramente c’è un altro mondo che ci attende.

Stefano Panzarasa

Note: 
(1) Il termine Bioregionalismo, come visione e pratica ecologica e localista di vita, fu coniato all’inizio degli anni settanta in America dal compianto Peter Berg.
(2) A questo proposito cercare nel web il mio articolo Un Antico Futuro, scritto nel 2000 per la Rete Bioregionale Italiana.
(3) James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Ed. Adelphi, 2005, Milano.
(4) Se non sapete da dove iniziare cercate Vongole felici, di MaVi, Ed. Stampa Alternativa, 2014, oppure www.cucinaecozoica.it
(5) Questa considerazione, l’ho ripresa, facendola mia e in  parte modificandola, da un dialogo (il manifesto di Sonmi – 451) ascoltato nel bel film Cloud Atlas (2012).

martedì 5 dicembre 2017

Il "non luogo", cioè l'inverso della "bioregione"


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Marc Augè  è un etnologo e antropologo francese. E’ noto per aver introdotto il neologismo "non luogo", utilizzato per indicare tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici (cioè l'inverso della bioregione, dotata d'identità e di relazionalità ndr). 

Attraverso la teorizzazione di un antropologia della Surmodernità ha focalizzato alcuni aspetti prioritari della società contemporanea metropolitana, quali il paradossale incremento della solitudine nonostante l’evoluzione dei mezzi di comunicazione; lo strano percorso relazionale dell’”io” e dell’”altro” immersi in un contesto europeo di fine millennio; il non luogo, ovverosia quello spazio utilizzato per usi molteplici, anonimo e stereotipato, privo di storicità e frequentato da gruppi di persone freneticamente in transito, che non si relazionano, situazione riscontrabile negli aeroporti, negli alberghi, sulle autostrade, nei grandi magazzini; infine l’oblio e l’aberrazione della memoria. “Le finzioni non sono necessariamente menzogne ma racconti, scenari, messe in scena. 

L’attualità politica si presenta in genere come una finzione che spiega in parte la diversità delle opinioni. Perché la speranza dell’umanità si fonda sulla conoscenza? “Perché tutti i mali del mondo vengono dall’ignoranza e dalla menzogna”. “Le ragioni per aver paura sono molteplici, ma ognuno ha il suo giardino segreto”. “Bisogna coltivare questo giardino, lo diceva Voltaire”. 

Marc Augè nel suo ultimo libro intitolato: “Perché viviamo?”. spiega che oggi la ricerca di un “senso” è più forte che mai: “Possiamo ancora creare una società solidale e planetaria” dove i miti della contemporaneità convivono con quelli dell’immaginazione prodotta come racconto di massa, finzione individuale. 

Luigi Campanella

(A.K. n. 47)

domenica 3 dicembre 2017

L'ecocatastrofe globale che ci aspetta - Gli scenari futuri possibili per colpa dell'effetto serra sul clima del pianeta


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Non per terrorizzarvi più di tanto, ma solo per informarvi su quello che realmente, a causa del riscaldamento globale del pianeta, stiamo rischiando A Bonn Accademia Kronos ha partecipato ad alcuni incontri non ufficiali legati alla COP 23 che, associazioni internazionali come la nostra, hanno tenuto in concomitanza dei lavori dei “Grandi” del pianeta. Tra questi molto interessante è stato l’incontro con scienziati “non allineati” che hanno tracciato un quadro allarmante sul nostro futuro. 

Queste le previsioni: 

- Continueranno a fondersi i ghiacci del Polo Nord in maniera inarrestabile, stessa cosa, ma in maniera meno vistosa anche i ghiacci dell’Antartide. 

- Spariranno entro 20 anni gran parte dei ghiacciai delle più importanti catene montuose della Terra, in particolare sulle Alpi e sulle Ande. 

- I livelli dei mari saliranno incontrastati e zone costiere, atolli e piccole isole del Pacifico verranno sommersi.

- Gli oceani sempre più caldi produrranno tempeste tropicali e uragani sempre più violenti e devastanti. 

- La primavera giungerà sempre più in anticipo. 

- Concentrati in pochi giorni e settimane nell’anno precipitazioni meteoriche il più delle volte catastrofiche. 

- Sempre più ondate di calore e lunghe siccità. 

- Incendi devastanti per tutte le foreste del pianeta. 

- Crollo della produzione agricola. 

- Aumento delle popolazioni di insetti parassiti anche a latitudini più settentrionali. 

- Sconvolgimento di tutti gli ecosistemi terrestri. 

- Diffusione incontrollata delle malattie tropicali. 

Questa la visione catastrofica presentata dagli scienziati a Bonn se non si bloccherà l’aumento dei gas serra in atmosfera. Ma la cosa non finisce qui! Per molti studiosi c‘è il rischio che si innesti una fase irreversibile, ovvero un meccanismo planetario negativo che possa autoalimentarsi anche se, per miracolo, non dovessimo più produrre gas serra. 

Infatti pochi parlano della fase di disgelo dei terreni freddi della Siberia e dell’Alaska, come la tundra, che vedono il permafrost in rapido scioglimento (strato ghiacciato per diversi metri sotto il suolo causato dall’ultima era glaciale), il quale immette nell’atmosfera quantità impressionanti di metano (CH4), un gas serra 22 volte più aggressivo della CO2. Ciò accelererebbe la fase di aumento globale della temperatura media della Terra non solo verso i tanto temuti 2 gradi in più, ma addirittura oltre i 3 o i 4 gradi in più. 

A quel punto per l’umanità sarebbe un disastro definitivo perché si verificherebbe la tanto temuta ecocatastrofe globale. 

Alfonso Navarra 

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ak@accademiakronos.it

sabato 2 dicembre 2017

No alle moto sui sentieri naturalistici - Lettera aperta al consiglio dei ministri


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La Compagnia dei Cammini è una delle 30 associazioni che hanno chiesto con una lettera aperta al Consiglio dei Ministri di velocizzare l’iter per l’approvazione della modifica al Codice della strada in cui si riserva ai mezzi non motorizzati l’utilizzo di sentieri e mulattiere. La proposta di legge è in corso di esame alla Camera, rischia di perdersi con la fine della legislatura. Siamo infatti contrari al fatto che moto, quad e fuoristrada ci sfreccino vicino mentre siamo in mezzo alla natura, ci sono motivi di sicurezza e incolumità personale, ci sono motivi di rispetto ambientale, ci sono motivi legati all’impatto negativo sullo sviluppo turistico dei territori collinari e montani.

Ecco la lettera che abbiamo sottoscritto.



On. Dott. GRAZIANO DELRIO MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI On. Dott. GIANLUCA GALLETTI MINISTRO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO On. Avv. DARIO FRANCESCHINI MINISTRO DEL TURISMO E DEI BENI E ATTIVITA’ CULTURALI Sen. Dott. PIETRO GRASSO PRESIDENTE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA On. Dott. LAURA BOLDRINI PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI On. MICHELE POMPEO META PRESIDENTE IX Comm. Permanente Camera dei Deputati 

li 20 novembre 2017 Oggetto: Modifiche al Codice della Strada – Atto Camera n. 423-A e proposte abbinate - Regime di transitabilità su sentieri, mulattiere e tratturi. 

Le scriventi Associazioni manifestano il vivo e forte auspicio, comune e condiviso da tutte, a che venga rapidamente e positivamente concluso, mediante definitiva approvazione di entrambi i Rami del Parlamento nell’attuale legislatura, l’esame del pacchetto di modifiche al Codice della Strada (di cui a D. Lgs. n. 285/1992 e s.m.i.) attualmente contenute nel testo unificato delle proposte di legge di cui ad A.C. n. 423-A e abbinate, come risultante dall’esame in sede referente espletato dalla IX Commissione permanente della Camera dei Deputati, esame conclusosi con una approvazione nella seduta del 26.7.2017, su favorevole parere del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. In particolare, ciò che preme grandemente alle scriventi Associazioni è la definitiva approvazione dell’art. 01 del testo unificato, come già approvato in Commissione. Tale articolo prevede la modifica degli artt. 2 e 3 del Codice della Strada, inserendovi (con la nuova lettera F-ter ai commi 2 e 3 dell’art. 2), quale tipologia stradale a sé stante, quella di “Viabilità forestale, sentiero, mulattiera o tratturo”: ove viene espressamente stabilito (cfr. l’aggiunta al suddetto comma 3 dell’art. 2) che tale tipologia di strade, per caratteristiche dimensionali e tecniche, è destinata all’esclusivo passaggio di pedoni, velocipedi e animali, fatto salvo l’occasionale transito di veicoli a motore per attività agro-silvo-pastorali autorizzate, di servizio, vigilanza, soccorso e protezione civile, nonché per l’accesso al fondo da parte degli aventi diritto. Il medesimo art. 01 del suddetto testo unificato interviene altresì sull’art. 3, comma 2, del Codice della Strada, novellando la definizione di sentiero, mulattiera o tratturo contenuta nel n. 48, aggiungendovi alcune opportune specificazioni descrittive, soprattutto dimensionali, sia del sentiero che della mulattiera. Queste, in estrema sintesi, le novità normative che ad avviso delle scriventi Associazioni rivestono cruciale importanza, sotto vari profili. Infatti, in virtù delle suddette modifiche al Codice della Strada, viene esplicitato e definitivamente chiarito il generalizzato divieto di percorrenza motorizzata per diporto su sentieri e mulattiere. Siffatta esplicitazione del divieto si mostra indispensabile, ancorché di tale divieto sia dato già da ora rinvenire gli elementi, sia pure a contrario, nel complessivo regime del Codice della Strada come attualmente vigente (1 ).

Ad onta di ciò, infatti, in assai ampia porzione del territorio collinare e montano nazionale, negli ultimi anni si è dovuto assistere ad un diffondersi della pratica motoristica di un cosiddetto escursionismo su ruote (enduro, quoad, trial….): diffusione non adeguatamente contrastata fors’anche a causa, per l’appunto, della non immediata ed agevole individuazione delle attuali norme da cui risulta un regime di divieto di transito motorizzato su sentieri e mulattiere (2 ). 

Sta di fatto che su numerosissimi sentieri e mulattiere, segnati e tabellati da gran tempo come percorsi escursionistici CAI, sempre più frequentemente si deve assistere al transito rombante ed a velocità sostenuta di frotte di motociclisti, malgrado vi stiano contemporaneamente camminando malcapitati escursionisti. Questa montante invasione delle moto sui sentieri montani e collinari dà luogo a gravi problemi sotto più di un profilo, e precisamente:  Sotto un profilo di sicurezza personale: le moto sui sentieri creano una situazione di traffico motorizzato in assenza di qualsiasi apparato che ne disciplini lo svolgimento di circolazione, giacché sui sentieri è evidentemente del tutto assente qualsiasi segnaletica “stradale” che delimiti corsie, mezzerie, banchine, o che imponga limiti di velocità, precedenze, segnali di stop (o magari semafori!) e così via. Si è dunque in presenza di una sorta di “far west” di circolazione motorizzata, su percorsi per l’appunto costituiti da sentieri, sovente assai stretti, impervi e senza la materiale possibilità di farsi da parte. Ne risulta evidente l’estrema rischiosità per l’incolumità personale dei camminatori, oltre che dei cicloescursionisti e degli stessi motociclisti. 

Tutto ciò in palese contraddizione con la giusta tendenza verso un rigore comportamentale, che caratterizza l’attuale produzione normativa in materia di circolazione motorizzata (3 ). 

 1 Difatti, le caratteristiche strutturali e dimensionali che presentano sentieri e mulattiere sono ben lungi dal rispettare i requisiti funzionali previsti dall’art. 2 del Codice della Strada, e relative norme attuative, ai fini di un transito anche veicolare. Il che viene ad abundantiam confermato dalla constatazione che nessun sentiero e nessuna mulattiera è inserito negli elenchi delle strade a transito veicolare, catalogate ai sensi del suddetto art. 2 del Codice della Strada, debitamente tenuti dagli enti competenti. 

2 Nei casi, purtroppo già di per sé piuttosto infrequenti, in cui le guardie forestali elevavano contravvenzioni nei confronti di motociclisti sorpresi a percorrere sentieri, veniva interposto ricorso amministrativo unicamente basato sulla semplicistica, e del tutto errata, argomentazione secondo la quale, essendo il sentiero definito dal Codice della Strada (cfr. il n. 48 al comma 2 dell’art. 3) come “strada a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni e di animali”, ebbene tale ricomprensione del sentiero nel concetto di “strada” fosse sufficiente a concludere che ciò consentirebbe anche ai motoveicoli di transitarvi, salvo esplicito divieto deliberato dall’autorità competente e debitamente tabellato in loco (argomentazione, questa, che classicamente prova troppo, giacché in base ad essa non solamente le moto bensì qualsiasi veicolo a motore, pullman turistici inclusi, in assenza di specifica indicazione di divieto potrebbe legittimamente affrontare il transito su di un sentierino di montagna!). Ma tale speciosa argomentazione, invariabilmente addotta ed evidentemente ispirata da univoci suggerimenti delle organizzazioni di settore, frequentemente bastava ad ottenere l’accoglimento del ricorso da parte delle Comunità Montane, che erano le autorità competenti ad esaminarlo. 

3 Al proposito giova ricordare la motivazione che è stata posta a base della riconduzione alla sfera normativa statale, e non regionale, della materia della circolazione motorizzata. In tal senso si è espressamente pronunciata la Corte Costituzionale, la quale, con sentenza n. 428 del 2004, ha affermato che la circolazione stradale è riconducibile a competenze statali esclusive, ai sensi dell’art. 117 comma 2 Cost. Secondo la Corte Costituzionale, ciò è in primo luogo ricavabile dall’esigenza, connessa alla strutturale pericolosità dei veicoli a motore, di assicurare l’incolumità personale dei soggetti coinvolti nella loro circolazione (conducenti, trasportati, pedoni) che certamente pone problemi di sicurezza, e così rimanda alla lettera h) del secondo comma dell’art. 117, che attribuisce alla competenza statale esclusiva la materia «ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale».  Sotto un profilo di tutela ambientale: il transito delle moto sui sentieri, specialmente nei tratti in pendenza e/o su fondo argilloso (tipico quest’ultimo di pressocché tutte le colline a ridosso dell’intero arco appenninico), dà luogo a forti sollecitazioni sul terreno, causate dal peso del veicolo e del conducente nonché dalla particolare sagomatura dei pneumatici; con conseguente erosione del fondo naturale del sentiero, o dei tratti selciati delle mulattiere. A lungo andare – come è purtroppo di agevole ed assai diffusa constatazione – tale erosione produce solchi e vie preferenziali al ruscellamento delle acque meteoriche. 

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Ciò concorre a rendere instabile il terreno e provocare dei crolli, fino a creare - in particolare nelle suddette zone argillose così ampiamente diffuse nella nostra penisola - un vero e proprio dissesto idrogeologico, con conseguenti situazioni di potenziale rischio, sotto questo aspetto, non solamente per le persone dei fruitori dei sentieri e dei territori attraversati, ma anche per la stabilità dei suoli dei territori stessi.  Sotto un profilo di sviluppo turistico ed economico dei territori montani e collinari: è esperienza comune, degli operatori turistici titolari di strutture di accoglienza prossime a percorsi escursionistici, che il transito delle moto sui sentieri disturba ed allontana la frequentazione da parte di viandanti (escursionisti a piedi), tanti dei quali di nazionalità estera, i quali pure mostrano un sempre maggiore interesse nei confronti di assai numerosi percorsi un po’ su tutto il territorio italiano, ed in special modo verso i cosiddetti “cammini” storici o devozionali: le Vie Francigene, i Cammini di numerosi Santi (San Francesco, Sant’Antonio, San Benedetto, San Carlo), la Via degli Dei tra Bologna e Firenze, la Via degli Abati, la Via Romea Germanica, la Piccola Cassia, l’Alta Via dei Parchi tra Emilia-Romagna e Toscana, il Cammino dei Briganti tra Lazio ed Abruzzo, la Via della Transumanza, eccetera; tanto che il 2016 è stato proclamato “anno nazionale dei Cammini” nel nostro Paese. Ma questo proposito, mette conto richiamare altresì la decisa indicazione del Governo in direzione del cosiddetto ”turismo lento”, nel tentativo di rilancio anche dei piccoli borghi, dei paesaggi nascosti e di luoghi finora non toccati dai circuiti turistici di massa, ma ricchi di valori ambientali, storici ed architettonici, di cui l’Italia è giacimento inesauribile: con investimenti pubblici senza precedenti nello specifico settore (63 milioni di euro, tra Legge di Stabilità 2016 e Piano Cultura e Turismo; oltre ad altri 91 milioni per quattro nuove ciclovie). 

Mette conto sottolineare, a quest’ultimo proposito, come risulterebbe in stridente contrasto, con le scelte di sviluppo turistico e lo sforzo di incentivazione economica così lucidamente e condivisibilmente posti in essere dall’attuale Governo, la prosecuzione di un atteggiamento di “laissez faire”, o peggio ancora di aperto sostegno, verso l’invasione motorizzata dei sentieri, con conseguente svilimento e fin distruzione di tali vere e proprie infrastrutture portanti della direzione di sviluppo turistico che il Governo ha scelto; e con grave disincentivo dell’afflusso di camminatori anche provenienti dall’estero. Né si obietti che anche il cosiddetto escursionismo motorizzato è matrice di frequentazione turistica (di diversa inclinazione) e di sviluppo del comparto produttivo motociclistico: giacché assolutamente incomparabili si mostrano le rispettive potenzialità, per tacere degli ulteriori profili, ambientali e valoriali, nonché di tutela della sicurezza personale, che si sono qui sintetizzati. Il tema tocca dunque il cuore delle prerogative dei Signori Ministri sia delle Infrastrutture e Trasporti, sia dell’Ambiente e Tutela del Territorio, sia del Turismo e dei Beni Culturali. 

Sui quali perciò – come pure sugli Onorevoli Presidenti dei due rami del Parlamento, nonché sull’Onorevole Presidente della IX Commissione permanente della Camera ove la materia è stata trattata - le scriventi Associazioni confidano, per un forte e concorde sostegno di Essi tutti al positivo e celere coronamento dell’iter legislativo delle modifiche al Codice della Strada, specificate in oggetto e qui trattate. Distinti saluti.

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