sabato 19 agosto 2017

Consumismo, obsolescenza programmata e incremento nella produzione di rifiuti


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L'obsolescenza programmata   è la pratica industriale in forza della quale un prodotto tecnologico di qualsiasi natura è deliberatamente progettato dal produttore in modo da poter durare solo per un determinato periodo, al fine di imporne la sostituzione.

I metodi con cui sarebbe attivato tale processo sono l’utilizzo di materiali di qualità inferiore o componenti facilmente deteriorabili o talvolta l’utilizzo di sistemi elettronici creati ad hoc. I costi di riparazione poi risultano superiori a quelli di acquisto di un nuovo modello. Recenti studi confermano come l’obsolescenza programmata non sia solo una sensazione, ma un fatto che comporta evidenti problemi a livello commerciale, nonché un enorme danno economico a carico dei cittadini e dell’intera collettività con costi stimati in parecchi miliardi di euro nell’arco di un anno.

Lo studio “Obsolescenza programmata, Analisi delle cause, Esempi concreti, Conseguenze negative, Manuale operativo” commissionato dal gruppo parlamentare tedesco Verdi-Bündnis realizzato da Stefan Schridde (esperto in gestione d’impresa) insieme con Christian Kreiss (docente di organizzazione aziendale all’università di Aalen), dimostrerebbe che questo fenomeno viene preventivamente studiato dalle case produttrici con lo scopo di incrementare le vendite: molti elettrodomestici e numerosi oggetti di uso quotidiano sarebbero programmati per rompersi velocemente dopo lo scadere del periodo di garanzia, di solito fissato in due anni.

Detto studio si è concentrato sull’esame di oltre venti prodotti di uso comune cercando di verificare la sussistenza di fenomeni di obsolescenza programmata.

“Il nostro sistema economico ha bisogno di stimolare continuamente i bisogni dei consumatori affinché acquistino con ritmi sempre crescenti determinando così un sistema di consumi indotti” ribadisce D’Incà. Quando non è possibile indurre la sostituzione di un bene attraverso mode, pubblicità e strategie di marketing mirate, si fa in modo che sia il prodotto stesso a “scadere”, rompendosi e diventando inutilizzabile. Un sistema di consumo con una velocità di avvicendamento dei beni così elevata presenta due criticità fondamentali: l’utilizzo di una quantità enorme di risorse, energetiche, materiali ed economiche, e il bisogno di smaltire un altrettanto enorme quantità di rifiuti.

(Fonte: 
Carlos Murgia)

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venerdì 18 agosto 2017

Bioregionalismo e riordino amministrativo territoriale - Ambiti bioregionali e identità locale


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Del riordino amministrativo territoriale, in chiave bioregionale, me ne sto occupando da parecchi anni. Soprattutto da quando è nata la Comunità Europea che si configura come un "superstato" ed in questo contesto è  necessario restituire dignità e salvaguardare i diritti delle piccole comunità locali.

Il bioregionalismo infatti si riconosce massimamente nelle identità locali e queste possono essere individuate solo nell’ambito municipale e provinciale, che non è altro il territorio in cui una comunità di solito irradia la sua influenza culturale. Tra l’altro in Italia le Regioni, impostate e studiate a tavolino, si pongono come stati antagonisti sia per lo Stato Italiano che per l’Europa stessa, che faticosamente sta cercando di trovare una identità politica condivisa.


Se degli Enti inutili vanno eliminati, molto meglio abolire le Regioni, mini-stati all’interno dello Stato, che nemmeno rappresentano interessi di omogeneità culturale e bioregionale ma solo interessi di gestione economica e partitica.

Ed ora un inciso culturale sulle origini della civiltà europea. Le radici europee non sono  romane né greche ma molto più antiche.. e ciò è stato dimostrato ampiamente dalle ricerche compiute nell’Europa centrale dalla archeologa Maria Gimbutas. La lingua madre definisce il significato di Eu-ropa in "dalla larga faccia" ovvero la dea del plenilunio. In queste arcaiche origini matristiche tutte le genti d’Europa sono cresciute mantenendo un’identità collettiva diffusa pur nella libertà ed autonomia dei vari nuclei, oggi appunto rappresentati dalle città e dagli ambiti provinciali.

Il bioregionalismo, riportando in auge sia il rispetto della vita in termini di ecologia profonda sia il riconoscimento dell’identità locale è l’unico metodo che possa garantire equanime distribuzione e pari dignità alle diverse sfaccettature degli abitanti della Comunità Europea. 

Quindi L’Europa, politicamente unita, andrebbe suddivisa in ambiti Provinciali e non in Regioni, che per loro natura tendono ad essere separative e indifferenti agli interessi delle comunità locali (dovendo infatti difendere la loro strutturazione spuria ed anomala rispetto alla identità bioregionale).

Paolo D'Arpini

Referente della Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com


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giovedì 17 agosto 2017

Consigli sintetici sul cosa fare in caso di attacco nucleare


Cosa fare prima di un attacco nucleare:
Fare scorta di cibo a lunga scadenza, procurarsi una o più lampade portatili a pile (con batterie di riserve) o a carica manuale. Può convenire preparare due kit, uno più grande, per il posto di lavoro, l’altro, portatile, da tenere in macchina in caso di evacuazione
Elaborare un piano di comportamento per la propria famiglia in caso di emergenza atomica. Al momento dell’attacco i membri della famiglia possono trovarsi in posti diversi, perciò occorre decidere in anticipo come comunicare e dove ritrovarsi
Informarsi sui rifugi antiradiazioni più vicini. Se non ce ne sono, fare un elenco dei luoghi che potenzialmente potrebbero servire a questo scopo: scantinati, oppure stanze senza finestre situate ai piani di mezzo degli edifici più alti.
Come comportarsi durante un attacco nucleare:
Siate psicologicamente preparati a dover rimanere al riparo per almeno un giorno o comunque fino a quando le autorità non vi daranno il via libera ad uscire
Non appena le autorità hanno provveduto a diramare l’avviso di un imminente attacco, occorre trovare quanto più rapidamente possibile riparo in un edificio chiuso, meglio se in mattoni o cemento armato
Ascoltare le informazioni ufficiali online, alla radio o in tv e seguire le istruzioni diramate dagli organi di soccorso
Se trovate sul vostro cammino uno scantinato o un locale chiuso e riparato entrateci subito
I due luoghi migliori dove trovarsi al momento di un attacco sono o sottoterra o al centro di un edificio alto.
E’ essenziale che tra voi e le sorgenti di radiazioni vi sia quanto più possibile un “guscio” di cemento, mattoni o terreno
Come reagire se siete all’aperto al momento dell’esplosione di una bomba atomica?
Non guardate in nessun caso l’esplosione. Il bagliore potrebbe accecarvi
Riparatevi dietro qualunque oggetto che in quale modo possa proteggervi dall’onda d’urto
Buttatevi a terra e copritevi la testa. L’onda d’urto potrebbe investirvi in 30 secondi dall’esplosione
Anche se vi trovate a molti km di distanza dall’epicentro dell’esplosione nucleare mettetevi al riparo il più presto possibile. Il vento può trasportare le particelle radioattive fino a centinaia di kilometri di distanza
Se al momento dell’esplosione, o subito dopo, siete in strada cercate di proteggere il vostro corpo dal materiale radioattivo
Toglietevi i vestiti, per evitare di veicolare le particelle radioattive. Soltanto togliendosi la giacca, ci si può liberare di quasi il 90% delle particelle radioattive
Se ne avete la possibilità sigillate in un sacco di plastica i vestiti radioattivi e marchiatelo
Non grattatevi e non strofinate la pelle contro niente
Fatevi una doccia, lavate i capelli con lo shampoo ma non usate balsamo
Radiazioni. Come difendersi?
La quantità di precipitazioni radioattive dipende in misura diretta dalla potenza della bomba e da quanto vicino alla superficie della terra è esplosa
Prima di uscire dai rifugi occorre aspettare le comunicazioni delle autorità per sapere dov’è possibile andare e quali luoghi è meglio evitare
Non dimenticarsi che le radiazioni sono invisibili. Non si vedono, non si annusano e non si riconoscono con nessuno dei cinque sensi.
………………………..

mercoledì 16 agosto 2017

Permanere nella Coscienza Intelligenza significa che ogni nostra azione è compiuta al fine del bene comune...


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Seguendo un filone di "spiritualità laica", possiamo definire lo  Spirito come una sintesi fra coscienza ed intelligenza, non è un pensiero., anche se, in termini descrittivi  analitici, non possiamo fare a meno di utilizzare i pensieri nel tentativo (per altro futile) di evocarne la natura. Questo perché  il processo descrittivo  rende lo "spirito" un oggetto della mente. Anche chiamandolo  “spirito” resta un concetto, una immagine. 
E sappiamo che l'immagine mai può sostituire o realmente rappresentare e convenire quel che è la "sostanza".  Tutto ciò che è all’interno della coscienza è un oggetto della Coscienza. Forse è meglio precisare che il termine Coscienza, pur che rappresenta quanto voglio significare, venga qui sostituito da “Consapevolezza” poiché noi occidentali e soprattutto “cristiani” tendiamo a considerare la coscienza come una qualità morale. 
Si dice “fare l’analisi di coscienza” come se questa coscienza fosse un aspetto dell’anima. Lasciamo anche da parte la considerazione materialista per cui la coscienza è il risultato di processi cerebrali, che è una spiegazione “scientifica” assunta in quanto si ritiene che la nostra capacità di analisi (intelligenza) sia susseguente al processo chimico delle cellule che si comunicano dati. Tutto ciò è la conseguenza del nostro ritenerci il corpo quindi questa considerazione non ci consente di andare “oltre” per percepire lo spirito, in quanto substrato e matrice. Anche qui il termine "percepire" non è propriamente corretto, poiché chi è che percepisce e cosa viene percepito? 
E’ evidente che tutto si svolge all’interno della Coscienza, la coscienza osserva se stessa e comprende se stessa. Intelligenza e coscienza sono la stessa cosa e in verità sono la nostra vera natura.  In qualsiasi modo  consideriamo  noi stessi, una anima un corpo, una mente… non siamo quello poiché  l'Io non puoi essere un oggetto della conoscenza.  
L'Io  è la conoscenza stessa che  nel processo conoscitivo assume  la forma di soggetto oggetto e conoscenza. Fermiamoci comunque al “sentire” interno, quel sentire definito “io”  e che è in verità pura coscienza. Prima di pensare “io sono questo o quello” se ci si ferma al nudo Io..  ci si rende conto che  questa identità assoluta  è priva di qualsiasi attributo...  E’ semplice consapevolezza.
Qualsiasi opinione o descrizione di tale "entità", appartiene all’ego, inizialmente può essere accettata come base  di confronto sulle idee, ma se osserviamo con gli occhi dello “spirito”, che tutti ci accomuna, scopriamo che l’opinione è solo un attaccamento, un riflesso condizionato,  di cui potremmo anche liberarci se vogliamo avanzare in consapevolezza. L’opinione  è una proiezione mentale,  un meccanismo  proiettivo del proprio identificarsi in un set di pensieri e credenze. 
Dal punto di vista dello "spiritualità laica" non ha importanza sforzarsi per sancire la supremazia della propria opinione. Si esprime l’opinione come un gesto, come una naturale e spontanea affermazione della persona che noi “incarniamo”. Quella persona è un personaggio nella commedia della vita, è giusto che si esprima ma non è necessario che prevalga. Quando si comprende la complementarietà di ogni aspetto e forma dell’esistente ci si limita a svolgere la propria funzione, nel modo più accurato, senza sentirsi né responsabili né portatori di un messaggio superiore.  
Si porta avanti “l’opinione” come se fosse un lavoro da svolgere ma senza sentire che i risultati di tale lavoro ci appartengono. Insomma si compie un “dovere” con distacco…. Secondo i grandi saggi l’opinione è  un  automatismo della percezione individuale. Insomma l’opinione è sempre e comunque parziale ed incapace di riferire un’interezza. Ma se almeno fossimo in grado di interpretare ogni opinione come un tassello del pensiero universale, cercando di integrarla nell’insieme del conosciuto, forse così stiamo mettendo in pratica quel “sincretismo spirituale” auspicabile per il superamento delle ideologie e delle religioni precostituite.  Unica discriminante dovrebbe essere la qualità della sincerità e del distacco egoico in cui l’opinione viene espressa.
Ed in fondo perché attaccarsi o  farsi condizionare da qualsiasi opinione? Una volta capito che tutte le opinioni sono solo aspetti esteriori del nostro sentire, della nostra educazione, del nostro bagaglio genetico, etc. etc. Come si può ritenere che una qualsiasi opinione, pur ben espressa o motivata, possa influire sui nostri comportamenti o convincimenti, in antitesi con noi stessi? Se noi ci riconosciamo nell’opinione espressa da qualcun altro vuol dire semplicemente che quella cosa stava già dentro di noi, l’abbiamo riscoperta. Se invece non ci tocca.. lasciamola andare come l’abbiamo incontrata. 
Una piccola similitudine: quando  ero un adolescente, forse all’età di 13 anni, confessai al prete della mia parrocchia che non riuscivo ad accettare il fatto che esistessero inferno, paradiso, limbo.. che vengono considerati “eterni” contemporaneamente alla realtà eterna del dio stesso. Se dio è eterno ed infinito come possono coesistere più eternità separate e contrapposte? Il prete mi disse che dovevo credere a quanto affermavano le scritture perché quella è la parola di dio ed è un “mistero della fede”. Ovvio che non gli diedi retta e continuai a meditare e riflettere sulle cose secondo il mio criterio di ricerca e non basandomi sull’opinione del prete o sui dettami delle scritture. 
Infatti se un dogma religioso è solo “strumentale” allora non vale nemmeno la pena di considerarlo, esso non è nemmeno etichettabile come “opinione” (che già di per se stesso è un termine “riduttivo”) ma possiamo definirlo “imbroglio speculativo” teso alla  propagazione e giustificazione di un "credo". Ciò avviene quando si mente sapendo di mentire e quando si ragiona in termini di affermazione del proprio pensiero, come spesso avviene nelle "prediche" religiose (di qualsiasi religione)!
Ed anche  l'insegnamento morale ed etico  non ha senso  finché non si è centrati nello Spirito, ovvero in se stessi. Allorché si riconosce la "spiritualità" (ovvero Coscienza ed Intelligenza), come la propria natura, non c’è pericolo di compiere il male, poiché se stessi e il tutto che ci circonda e ci compenetra coincidono. Gli altri non sono realmente "altro" da noi, sono solo forme diverse della stessa sostanza,  e  quindi come potremmo nuocer loro? 
Nella Coscienza - Intelligenza ogni nostra azione è compiuta al fine del bene comune. Ciò avviene anche se all’osservatore esterno può apparire che ci sia una intenzionalità personale nell’azione del saggio laico. Ma tale  "pensiero" (positivo o negativo)  non influisce sull'onestà, sincerità e perseveranza nel praticare il bene comune, che è la caratteristica della “spiritualità  laica”, che   deve comprendere anche il lasciare agli altri la libertà di pensare a modo loro. Infatti   non possiamo usare la laicità per continuamente controbattere su punti che a noi sembrano ledere tale principio… Insomma dovremmo essere laici persino nei confronti della laicità. 
Ed in sintonia con questo predicato ognuno di noi dovrebbe occuparsi della propria  auto-conoscenza e lasciare agli altri esseri (umani o non umani) di fare la parte che ad ognuno compete! Tutti tendiamo alla perfezione,  seguendo le nostre  propensioni e tendenze innate, in un apparentemente lunghissimo  iter, che non ha inizio né fine. Nell'osservazione empirica questo processo si manifesta come singoli fotogrammi che noi dichiariamo separati, perché osservati nel contesto dello spazio tempo e con il senso di alterità e consequenzialità. Ma il film è lo stesso, contemporaneo, e ci siamo tutti dentro…  
Come dicono alcuni filosofi possiamo chiamarlo sogno o gioco (lila) che si svolge tutto nella Coscienza. Il sognatore diventa tutti i personaggi e gli eventi del sogno. Avviene così, senza scopo e nella gioia. Allo stesso tempo questo sogno è irreale perché è solo un processo nel divenire. Diventa però reale appena siamo “consapevoli” che noi siamo "quello" in ogni suo aspetto immanente e che siamo anche aldilà di "quello" in quanto pura Consapevolezza trascendente.

Paolo D'Arpini 

bene comune

martedì 15 agosto 2017

Bioregionalismo al naturale - L'ecosistema si riequilibra spontaneamente, è sufficiente che l'uomo non interferisca


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Per riequilibrare l’ecosistema non è necessario compiere un’analisi esaustiva di tutte le cause che determinano le condizioni di squilibrio e gli effetti talora devastanti che ne derivano, perché tale ricerca sarebbe, come di fatto è, difficile e si presta a quel dibattito che è occasione o alibi per rinviare ogni possibile soluzione del problema. Sarebbe velleitario, tra l’altro, presumere che l’uomo possa progettare e gestire un modello di interventi per il riequilibrio dell’ecosistema, continuando a violentare la natura anziché assecondarla, con azioni che limitano o inibiscono la sua capacità di rigenerarsi. 

Come sarebbe velleitario chiedere, per ciò che riguarda la produzione di energia, un’immediata sospensione delle attività estrattive dei combustibili fossili al fine di non immettere nell’aria l’anidride carbonica, derivante dalla combustione di quelle materie prime che lasciate nel sottosuolo non avrebbero generato nessuno squilibrio. Allo stesso modo non si può chiedere di sospendere quelle attività antropiche che sono possibili cause di alluvioni, frane, esaurimento dell’acqua e di materie prime non rinnovabili, desertificazione e quant’altro, mentre si deve chiedere almeno un uso intelligente delle risorse e di lasciare l’ambiente, quando si effettua un intervento, in condizioni migliori di come lo si è trovato. 

Cosa fare?

Tra le soluzioni dei problemi ambientali, non sono certamente auspicabili quelle di chi propone o addirittura sperimenta (non si sa con quali autorizzazioni) interventi con lo spargimento di prodotti chimici nell’atmosfera per spostare venti e piogge, per modificare la temperatura, per eliminare l’effetto serra, perché le conseguenze sono di una portata tale da rendere impossibile qualunque tipo di controllo. Ritengo che non siano soluzioni idonee, anzi inquietanti per i rischi che comportano, anche quei tipi di intervento permessi, come lo smaltimento delle scorie atomiche, il sotterramento della CO2 e tutti quelli che prevedono l’inserimento di corpi estranei nel sottosuolo.

Gli interventi che mi rassicurano sono quelli basati su principi biologici e con l’ausilio delle piante, e sarebbe opportuno concentrare le ricerche su questi, per risolvere i problemi del nostro tempo. Le ricerche di quest’ultimo trentennio sul risanamento ambientale hanno portato alla scoperta di piante che consentono di realizzare interventi (in alternativa a quelli tradizionali, molte volte realizzati con opere invasive) con sistemi naturali, che comportano una riduzione dei costi ed un impatto ambientale positivo facilmente immaginabile. Si sono scoperte piante che svolgono contemporaneamente una serie di funzioni che ad esempio, impiegate per la regimentazione delle acque, consentono contemporaneamente il recupero delle falde acquifere, il consolidamento dei versanti e la bonifica dell’acqua, della terra e dell’aria circostante, piante che possono essere utilizzate anche come foraggio per gli animali e per infiniti altri impieghi, inclusa la produzione di energia pulita proveniente dalla loro biomassa.

La scelta dell’impiego di biomassa per la produzione di energia potrebbe essere anche una scelta strategica per il nostro Paese dove le colture dedicate trovano terreno fertile e assolato, ci liberano dal debito di CO2 (dal 2008 ogni giorno accumuliamo un debito di 3,6 milioni €), creano posti di lavoro e potrebbero essere un’occasione per rilanciare ricerca, economia e sviluppo agrario e industriale. Con le biomasse dedicate, oltre al gas, si può produrre biodisel, etanolo e ricavare materie prime vegetali, come la clorofilla e la cellulosa. E’ importante anche tener conto che gli impianti a biomassa non hanno i limiti ed i problemi dell’eolico e del solare di cui parlerò più avanti.

Cogliere le opportunità che la natura ci offre

La soluzione auspicabile è di cogliere le opportunità che ci offre la natura e adottare i risultati della ricerca che la assecondano. Nel pianeta il ciclo dell’acqua, il ciclo dell’anidride carbonica sono cicli naturali che si succedono e s’intersecano armonicamente. La forza vitale della natura, che nell’uomo è l’istinto di sopravvivenza, si riscontra in tutto il creato, e gli scienziati illuminati, assecondati da questa forza, stanno facendo in tutto il mondo ricerche per la produzione di energia pulita.

Queste ricerche hanno evidenziato i vantaggi in termini economici e ambientali dell’impiego di biomasse provenienti da colture dedicate. Le ricerche si sono spinte sino a trasformare in risorse anche materie che rappresentano tuttora costi e problemi per lo smaltimento, con processi di biodegradazione che trasformano in energia le biomasse in genere, inclusi i liquami delle fogne e la parte organica dei rifiuti urbani e industriali. E’ questa la sfida da cogliere, la capacità di trasformare gli esiti delle attività antropiche in risorse (trasformare e non sotterrare come avviene per la Co2) adottando ad esempio il sistema inventato da un nostro ricercatore, Andrea Capriccioli, che alimentato con acqua e CO2, produce metano e ossigeno, trasformando un problema in una risorsa; il sistema ha tra l’altro la capacità di immagazzinare e riprodurre energia diventando un volano per il fotovoltaico e il solare.

Un esempio pratico di come la natura ci viene incontro

Esiste in natura una pianta perenne e sempreverde, il vetiver, che vive in terreni acidi e alcalini (ph da 3 a 14) a temperature da -7 a +47 gradi, con radici fascicolate che scendono verticalmente nel terreno e sono robuste 1/5 dell’acciaio, che non è infestante, che può bonificare terra, acqua ed aria e può formare una siepe fitta alla base costituendo una vera e propria barriera filtrante. Grazie a queste sue qualità, tra le altre che possiede, il vetiver è un valido alleato per affrontare i problemi legati al ciclo dell’acqua, al ciclo dell’anidride carbonica e alla produzione di energia.

Come può inserirsi il vetiver nel ciclo dell’acqua

La siepe di vetiver, oltre a risolvere il problema del consolidamento dei versanti in frana, è un presidio per prevenire le frane e per arricchire le falde acquifere ed evitare il processo di desertificazione. Infatti, la siepe di vetiver che a differenza delle normali siepi è fitta sin dalla base, forma una barriera filtrante che trattiene i detriti a monte e lascia passare verso valle solo l’acqua e i limi sottili che si arrestano nelle immediate vicinanze. La siepe rallenta la velocità dell’acqua consentendole di penetrare nel terreno e mantenerlo umido, arricchendo le falde e riducendo da parte dei contadini l’esigenza d’emungere acqua dai pozzi; poi scorrendo in modo uniforme sulla superficie, l’acqua rimodella il terreno e non ruscellando protegge i semi e quindi il raccolto. L’acqua, ridotta la velocità e depurata dai detriti trattenuti dalla siepe, giunge nei canali con un carico inquinante ridotto e nelle quantità fisiologiche, evitando così le possibilità d’alluvione.

Queste qualità possono invertire il processo di desertificazione. Il processo di desertificazione è determinato dal fatto che il terreno è asciutto e a periodi di siccità si succedono periodi di pioggia intensa, che trova le piante ed anche il manto erboso indeboliti ed incapaci di resistere alla velocità dell’acqua, che porta via con sé piante, humus e detriti, rendendo il terreno sempre meno fertile sino a farlo diventare inerte, desertico.

La siepe di vetiver per quanto già esposto, trattiene l’humus, mantiene l’umidità del terreno, protegge la vegetazione, bonifica il terreno eliminando pesticidi e diserbanti, e consente l’accumulo di acqua in bacini dando un ulteriore contributo per il recupero di questa preziosa risorsa. Non c’è da meravigliarsi degli effetti che produrrebbe un inserimento del vetiver nel ciclo dell’acqua, se si considera che il 97% dell’acqua è nei mari e nelle grandi masse d’acqua e solo il 3% rimane sulla terra e nella terra; questi numeri ci danno l’immagine di un’immensa quantità di vapor acqueo che, dopo aver raggiunto i cieli, si riversa sulla terra sotto forma di pioggia, neve o grandine, gran parte della quale ci sfugge, per poi ritornare a mare. Quell’acqua è una provvidenza che viene dal cielo se è regimentata e raccolta in bacini, di contro se non è regimentata, è molte volte causa di disastri, alluvioni e morte. 

Contributo del vetiver nel ciclo dell’anidride carbonica e per la produzione di energia.

Il ciclo della CO2 è collegato, sia con il ciclo vegetale, sia con le piogge che corrodono e modificano chimicamente le rocce scorrendo sulla loro superficie e portando in mare assieme ai detriti, sali e CO2 trasportati dalle acque di fiumi e canali. Se avrò l’opportunità e ne avrete interesse vi parlerò del contributo delle piante per il bilanciamento dei gas serra, mentre qui mi limiterò a comunicarvi che ogni pianta di vetiver assorbe 3 Kg di anidride carbonica l’anno, facendo a parità di superficie da 15 a 90 volte il lavoro di un bosco sano per l’eliminazione dei gas serra.

Ugualmente se mi sarà dato, in futuro parlerò più specificamente della produzione d’energia con le piante, mentre qui mi limito a farvi notare che il vetiver, essendo una pianta perenne, è un serbatoio inestinguibile di carburante ed un volano per qualunque tipo d’energia che non dipenda dalla volontà dell’uomo, come l’eolico ed il fotovoltaico, ma anche per le stesse biomasse che sono stagionali o episodiche, tipo quelle provenienti dalla potatura degli alberi, dai gusci di frutta secca e dalla pulizia dei boschi La natura ci viene incontro! E noi?

Benito Castorina


(Intervento tenuto all'Incontro Bioregionale del 31 ottobre 2010 a San Severino Marche)

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lunedì 14 agosto 2017

Saludecio, 1 - 3 settembre 2017 - In Terra d'altrove, ecovillaggio alternativo



Ciao, il mio nome è Alberto Spagone. Spero che questo mio messaggio vi trovi bene e in armonia con la vostra vita! Siete invitati a Terra d'Altrove, un evento che si terrà dall'1 al 3 settembre 2017 a Saludecio (Rn).

Ho avuto la prima visione di questo Eco-Villaggio estemporaneo circa 3 anni fa, poi in una meditazione avvenuta circa 3 settimane fa si è fatta chiara e impellente la volontà di renderlo reale.

Ogni giorno siamo sollecitati da stimoli insistenti e disarmonici e spesso rispondiamo attuando strategie di difesa che richiedono di separarci dalla realtà circostante e di desensibilizzarci quel tanto che basta per non star troppo male.

Ognuno di noi nelle discipline che pratica ha trovato tecniche e ricevuto ispirazioni che lo guidano verso la possibilità di godere e stare bene su questo pianeta.

Un Maestro che ho incontrato mi ha raccontato questa storia. 

Quando si trovò di fronte al suo Maestro, questi gli disse che per apprendere tutto quello che lui sapeva avrebbero dovuto stare insieme 50 anni e gli chiese ” Hai tutto questo tempo?” e aggiunse “ Chi ti ha insegnato a camminare? e poi a correre e saltare?”…

Quando ho sentito questa storia si è fatto ancora più chiara in me la voce che è giunto il momento di incontrarci guidati dalle nostre esperienze e dal nostro intuito e unirci per procedere verso la creazione di un mondo di comunione e pace.

Terra d’ Altrove è il porto in cui possiamo approdare insieme con l’intento comune di STARE BENE.

Qui ognuno offre e condivide i propri talenti e le proprie risorse permettendosi la libertà di manifestare pienamente il proprio potenziale e, grazie a questo, il sogno di uomini e donne liberi diviene reale.

Il terreno di Terra d’Altrove è fertile e si nutre delle nostre esperienze, delle nostre conoscenze e delle nostre capacità.

Qui possiamo generare una ruota di guarigione mettendo al servizio gli uni degli altri ciò che sappiamo sul vivere bene su questa Terra, andando oltre l’agire in preda ai bisogni e alle necessità e rendendo gesto quello che sentiamo in noi.

Una delle persone che ho contattato ha espresso questo concetto in modo perfetto. Mi ha detto che rendere concreto quello che sappiamo essere per noi il bene, portarlo dalle parole e dal sentire all’azione è come piantare un seme, è dare inizio alla trasformazione.

Questo è l’intento che mi muove e che grazie a tutti noi renderà reale TERRA D’ALTROVE.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Alcuni dati tecnici:

ECONOMIA DEL DONO.

I soldi sono un mezzo utile alla vita quotidiana e in quanto tali sono assolutamente perfetti per la loro funzione.

Le difficoltà vengono dai nostri disequilibri. L’Economia del Dono va oltre questa fase sensibilizzando l’individuo al semplice sentimento del dare-e-ricevere. Le persone durante Terra d’Altrove avranno l’occasione di riconoscere consapevolmente il valore delle cose che ricevono come il valore di ricambiare attraverso il denaro come attraverso doni di altra natura.

ENTRATA GRATUITA.

L’entrata sarà libera e verrà chiesto un contributo libero all’uscita secondo l’Economia del Dono.

SEMINARI, CONCERTI, CONFERENZE E TRATTAMENTI.

Nel corso di questa 3 giorni, interverranno uomini e donne che vogliono trasmettere il loro sapere e condividere con gli altri la propria capacità di gioire e vivere bene su questa Terra.

Avverranno contemporaneamente diversi lavori in diversi spazi e verranno create aree per i trattamenti individuali.

Le persone saranno libere di partecipare gratuitamente a tutte le attività prenotandosi in tende apposite.

CIBO.

Il ristorante sarà vegetariano e il cibo sarà preparato con amore e seguendo indirizzi e ricette che mirano alla salute dell’organismo.

Non verranno venduti alcolici e prodotti confezionati.

Le persone lasceranno un’offerta per il cibo che consumano.

BAGNI.

Siamo alle prese con la costruzione di alcune compost toilet per raccogliere feci e urine e trasformarli in concime.

SMOCKING TEMPLE.

Verrà creata un’area fumatori non con l’intento di ghettizzazione
, ma al contrario per favorire il godere del fumo attraverso la consapevolezza e la presenza in un luogo adatto e confortevole.

DORMIRE.

Tende da Campeggio per tutti! Se qualcuno avesse esigenze particolari fatemelo sapere appena possibile.

DENARO.

Gli incassi ottenuti dalle offerte dei partecipanti verranno divisi a seconda delle spese di ognuno cercando per prima cosa di pareggiare i costi (ad es. persone che arrivano da più lontano hanno spese di viaggio più ingenti, persone che nei loro lavori utilizzano materie prime etc etc.). Tutta l’abbondanza verrà distribuita in modo equanime.

Il servizio mensa parteciperà alla comunità dopo aver ripagato le spese degli ingredienti.

LUOGO.

Santuario degli Uccelli, Morciano di Romagna.

ALTRO.

Chi avesse qualità artistiche e volesse fare installazioni/disegni/altro è invitato a farlo presente e portare il materiale con cui desidera rendere bello in nostro spazio.

Chi fosse provvisto di lettini da massaggio, gazebo, teli e pareo è pregato di farlo presente così da organizzare il meglio possibile anche per chi viene da lontano.

COSTRUZIONE.

Io e Silvia saremo sul luogo alcuni giorni prima a costruire e rendere reale Terra d’Altrove. Chi di voi fosse libero e volenteroso si faccia avanti e venga a darci una mano per studiare insieme soluzioni e contribuire alla nascita di questo evento.

Sarebbe bello che alcuni di voi avessero voglia di pensare alla costruzione di una o più zone trattamenti così da alleggerire il nostro lavoro e arricchire lo spazio con la vostra creatività.

PARTECIPARE.

Durante Terra d’Altrove potrete partecipare a tutti gli eventi e scambiare trattamenti in piena autonomia.

Se qualcuno ne avrà modo può contribuire alla buona riuscita del tutto aiutando in diversi modi (dalla cucina al prendere prenotazioni per i trattamenti etc etc. ). Fatecelo presente. Grazie.

Inoltre sono ben accette idee, proposte etc per conferenze, spettacoli, cerimonie che vorreste offrire.

E ora un ‘ultima richiesta.

Avrei bisogno in tempi brevi di:

- foto vostra 

- biografia breve italiano e inglese

- presentazione del lavoro/trattamento/concerto/conferenza che proponete

- presentazione del lavoro… breve

- vostre condivisioni/riflessioni/fotografie/creazioni che possono arricchire e abbellire la pagina fb così come le locandine e i volantini

- se sapete di poter contribuire alla realizzazione pratica dell’evento o volete coinvolgere qualcuno che potrebbe aiutarci, scrivetemi.

Per ora è tutto. 

Scrivetemi per qualunque domanda o dubbio.


"Alberto Spagone" - contratio@gmail.com

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

(Messaggio ricevuto  tramite: C.I.R. Info  - cir.informa@gmail.com)

domenica 13 agosto 2017

Consumismo e distruzione dell'habitat - Tutto il mare è di plastica


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Ci sono voluti undici anni di misure, ma alla fine la quantità di plastica che galleggia al centro del Pacifico Settentrionale, la cosiddetta “Great Pacific Garbage Patch” è stata determinata con una certa accuratezza. Si tratta di un'immensa massa di spazzatura che vaga nell'Oceano Pacifico: oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq. 

L’accumulo è noto da parecchio tempo, perlomeno dalla fine degli anni ’80, e ha un'età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti formati principalmente da materiali plastici gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia. Questa concentrazione, oltre che dall’effetto focalizzante delle correnti, dipende dal fatto che la plastica non è biodegradabile e permane per tempi lunghissimi nell’ambiente. Una lentissima degradazione a opera principalmente della luce del Sole, scompone i frammenti plastici in sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Questi residui, non sono metabolizzabili dagli organismi, e finiscono per formare un vero e proprio “brodo” nell’acqua salata dell’oceano.

Effetti tossici

Gli effetti per l’ambiente non sono stati ancora studiati in maniera approfondita e appaiono di difficile valutazione data l’estensione del fenomeno e le scale temporali associate, ma sono probabilmente importanti. Si pensa soprattutto alle alte concentrazioni di PCB (molto tossici e probabilmente cancerogeni) che possono entrare nella catena alimentare visto che i filamenti plastici sono difficilmente distinguibili dal plancton e quindi ingeriti da organismi marini, ma anche alla capacità della microplastica di fornire un supporto alla proliferazione di colonie microbiche di patogeni. Più in generale, è preoccupante la presenza di rifiuti pervasivi e tossici, in un ecosistema fondamentale, durante periodi di decine o centinaia di anni.


Anche nel Mediterraneo?

L’Isola di Plastica, che non e’ presente solo nell’Oceano Pacifico ma anche in Atlantico e probabilmente in Mediterraneo, non è solo un disastro ambientale incalcolabile ma è la metafora più precisa e terribile del fallimento del nostro modello di sviluppo. E’ un’ isola in mezzo all’oceano, quindi non è di nessuno, e nessuno se ne assume la responsabilità, tanto che i dati scientifici sono frammentari e acquisiti per la maggior parte con il contributo di associazioni ambientaliste come la SEA (Sea Education Association) che ha raccolto i dati dell’ultimo studio pubblicato su Environmental Science & Technology. E’, infine, la materializzazione del nostro incubo da “apprendisti stregoni” in un Pianeta che pretendiamo di controllare attraverso scorciatoie di comodo, che non prendono in considerazione l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente e che, inevitabilmente, ci si ripercuotono contro.

L'isola di plastica

sabato 12 agosto 2017

Amaranto …. la pianta sacra che combatte e vince gli ogm

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Sì, l’abbiamo piantata anche noi in giardino, la qualità alimentare di amaranto proveniente dal sud America, e le piante sono venute su belle forti e con tanti semi. L’amaranto combatte e vince. Anche le campagne  di Treia sono piene di amaranto selvatico (la qualità autoctona) e spesso durante le passeggiate erboristiche ne raccogliamo le foglie.
In verità da quando l’agroecologo Giuseppe Altieri nel 2012 mi scrisse consigliando di procurarmi alcuni semi della qualità sudamericana, quella più ricca di sostanze e dai grani più robusti, sono andato alla ricerca di amaranto in varie erboristerie e centri del naturale finché ne ho trovato un tipo che veniva venduto come alimento, con dei semini rotondi più o meno grandi come il sesamo. Con Caterina li abbiamo cucinati e ci sono pure piaciuti molto, ne vien fuori una pastella mucillaginosa e saporita.
Ma il motivo per cui ci siamo decisi a tentare la semina dell’amaranto, come ultima ratio di sopravvivenza rurale, è perché abbiamo letto su alcuni bollettini di guerra contro gli OGM che questa pianta resiste alle contaminazioni e resiste pure al più mortifero pesticida della Monsanto che deve sempre accompagnare le coltivazioni transgeniche.
E tutto partì dalla ricerca di un gruppo di scienziati britannici del Centro per l’Ecologia e l’Idrologia, secondo cui si è prodotto un trasferimento di geni tra piante modificate geneticamente e l’amaranto. Le piante inca amaranto (kiwicha in Perù) hanno invaso le piantagioni di soia transgenica della Monsanto negli Stati Uniti come in una crociata per fermare queste dannose imprese agricole e passare un messaggio al mondo.
In quello che sembra essere un altro esempio di saggezza della natura, aprendo la strada, la specie amaranto è diventata un incubo per la Monsanto. Curiosamente, questa azienda nota per il suo male (”Mondiablo”) definisce questa erba sacra per gli Inca e gli Aztechi, come pianta infestante o erba maledetta. Il fenomeno di espansione della amaranto nelle colture in oltre venti stati degli Stati Uniti non è nuovo. E questa modesta pianta combattente, l’amaranto, merita di essere salvata, anche per celebrare le capacità e l’intelligenza della natura che si è opposta al gigante delle sementi transgeniche.
Nel frattempo negli Stati Uniti si preoccupano di come rimuovere questa pianta rustica che supera la tecnologia Monsanto: si riproduce in quasi tutte le condizioni climatiche, non si infetta da malattie o insetti che non hanno bisogno di prodotti chimici. Non sarebbe quindi meglio ascoltare il messaggio della natura e provare la trasformazione dei prodotti alimentari amaranto?
“Già diversi anni fa alcuni agricoltori di Atlanta avevano notato che i focolai di amaranto hanno resistito al potente erbicida “Roundup” a base di glifosato e divorato campi di soia GM. nel suo sito web la Monsanto raccomanda gli agricoltori di mischiare glifosato con erbicidi come 2,4-D, vietato in Scandinavia perché correlato con il cancro. E ‘curioso che il New York Times che oltre 20 anni fa ha scritto che Amaranto potrebbe essere il futuro del cibo nel mondo ora chiama questa pianta un “superweed” o “pigweed”, termini dispregiativi che riflettono una concezione di amaranto come una piaga. Secondo un gruppo di scienziati britannici del Centro di Ecologia e Idrologia, si è prodotto un trasferimento di geni di piante geneticamente modificate e di alcuni “indesiderabili” erbe come amaranto. Questo fatto contraddice le affermazioni di esponenti di organismi geneticamente modificati (OGM), che affermano che l’ibridazione tra una pianta geneticamente modificata e un impianto non modificato è semplicemente impossibile”. (Asociacion Civil Develar)
Sempre negli Stati Uniti gli agricoltori hanno dovuto abbandonare cinquemila ettari di soia transgenica e altre cinquantamila son gravemente minacciate a causa dell’amaranto che ha deciso di opporsi alla multinazionale Monsanto, tristemente famosa per la sua produzione commerciale di semi transgenici.
L’amaranto considerata per l’agroindustria transgenetica una pianta diabolica è invece una pianta sacra e santa. Appartiene agli alimenti più antichi del mondo. Ogni pianta produce una media di 12.000 chicchi e le foglie, più ricche di proteine della soia, contengono vitamine A e C, e sali minerali. Dal punti di vista nutritivo l’amaranto ha certamente più proteine della soia e contiene anche vitamine A e C.

Paolo D’Arpini 
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venerdì 11 agosto 2017

Il calendario ciclico della natura... dove il tempo è sempre lo stesso!


Il computo del tempo e la nascita dei calendari è un’operazione puramente convenzionale basata sull’idea di voler fornire continuità ad un evento ritenuto particolarmente importante per una data civiltà che – da quel momento – sancisce la sua fioritura. Sappiamo infatti che sono esistiti ed esistono vari calendari, ognuno con un suo particolare inizio. Alcuni inizi sono stati più significativi e sono perdurati nei secoli altri invece sono stati effimeri e si sono esauriti dopo breve tempo, basti pensare ad esempio al calendario fascista, che durò pochi decenni.

Nell’antichità remota allorché l’uomo riconosceva la vita come un continuum, senza apparente inizio né fine, il calcolo del passaggio del tempo era immaginato su una scala ellittica/elicoidole che ripeteva cicli e stagioni secondo un ordine stabilito dalla natura. Pertanto il calendario non aveva un vero e proprio inizio bensì manteneva la funzione descrittrice dei cicli naturali ripetentesi – sia pur con variazioni comunque lentissime – (vedasi i tempi delle glaciazioni e delle inter-glaciazioni). Questo calendario “circolare” era assolutamente utile per la conoscenza di quanto andava avvenendo sulla terra e per la regolamentazione delle azioni opportune, i momenti ottimali per compiere determinati atti (semina, viaggi, feste, etc.). In questo sistema quindi si considerava il tempo come una sorte di flusso permanente in cui si riproponevano situazioni derivate dalla natura e -come avviene osservando lo svolgersi ripetitivo della vita animale e vegetale- magari basate su differenti stadi e situazioni di un Essere onnicomprensivo chiamato “Madre Terra”.

Ovviamente con l’andare del tempo, con l’affermarsi di civiltà teocratiche e di imperi, oppure iniziandosi a stabilire l’insorgere di popoli e di nazioni ecco che subentrò l’abitudine di dare un inizio specifico al tempo, da quel momento il computo divenne “lineare”. Ma – come dicevamo sopra- di inizi ce ne furono parecchi ed ognuno in concorrenza con l’altro… Sicuramente il più antico calendario ancora in vigore è quello indiano che si fa risalire a molte migliaia di anni fa, ma il sistema indiano è basato su epoche (yuga) che ritornano ed ogni epoca ha la durata di migliaia di anni (questa in esaurimento è il Kali Yuga). 

Possiamo vedere che alcuni calendari, pur anch’essi alquanto antichi, -ad esempio quello egiziano o sumero-babilonese- pian piano scomparirono con il raffreddarsi degli stimoli e dell’influenza politica e culturale dei suoi fondatori. Il calendario ebraico in qualche modo è rimasto, pur essendo uno dei più recenti del mondo antico per due sostanziali motivi. Il primo è che tale calendario è basato su una immaginaria creazione del mondo, avvenuta il 6 ottobre 3761, che in verità corrisponde alla nascita del concetto di appartenenza ad uno specifico popolo (appunto quello ebraico), che mantenne nei secoli la sua identità attraverso la compattezza delle proprie caratteristiche genetiche (gli ebrei sono solo ebrei e non si mescolano con altre etnie). Il secondo motivo sta nel fatto che questo calendario fu mantenuto, sia pur revisionandolo con un nuovo inizio, dalla “cultura” successiva definita cristiana.

Lasciamo per un momento da parte le connivenze di genere fra ebrei e cristiani e cerchiamo invece di capire come un calendario venga stabilito. Ad esempio il calendario ciclico lunare cinese, basato su un semplice calcolo circolare di commistione fra cinque elementi primordiali e dodici archetipi psichici, si fa risalire (per modo di dire perché a quel tempo ed in quel luogo non conoscevano nemmeno l’esistenza della Palestina) all’anno 2.637 avanti Cristo. Il fatto che, come viene riferito dalle cronache storiche- il momento di inizio corrispondesse al 61° anno del suo fondatore, l’imperatore Huang, e siccome un ciclo completo (che tocca i 5 elementi ed i dodici archetipi) è esattamente di 60 anni (12 x 5), possiamo supporre che quell’inizio fosse conseguente alla consapevolezza che antecedenti inizi c’erano stati in passato (seguendone innumerevoli altri). Infatti per stabilire un inizio in un calendario circolare ovviamente bisogna essere coscienti che si è già all’interno di una sequenza.. quindi quell’inizio è solo un pro-forma per “dare valore e sostanza pratica” al calendario prescelto. 

Un particolare interessante del calendario cinese è che esso è basato su una serie di ruote o ingranaggi contigui e affini, ma sempre più grandi.. Non volendo scendere né salire troppo dirò che il giorno è come una ruota suddivisa in dodici periodi minori, chiamiamoli “denti” o segmenti di un piccolo ingranaggio, questo ingranaggio va poi a congiungersi (per moto proprio) al successivo “insieme temporale” definito mese lunare che a sua volta contribuisce a creare un anno, l’anno diviene il “dodecennale” che, congiunto ai diversi archetipi, si addentella al successivo ciclo dei 60 anni e che a sua volta forma nuovi cicli sempre più grandi e duraturi… il tutto posizionato lungo una spirale eterna. 

Insomma provate ad immaginare gli ingranaggi di un enorme orologio dal più piccolo al più grande continuamente e costantemente collegati e ripetentesi nei vari processi (so che non è facile immaginarselo poiché è un’idea alla quale non siamo abituati..). Ma quello che volevo significare con questo discorso è che l’imperatore Huang stabilì in modo formale e convenzionale, in forma di inizio, un calendario che evidentemente era in auge già da tempo immemorabile in quella parte del mondo (infatti il calendario archetipale “cinese” è accettato e usato in tutto l’estremo oriente, dalla Siberia alla Mongolia, dalla Cina al Giappone, etc.).

Torniamo ora al calcolo lineare e soprattutto alla considerazione sull’ipotetico inizio del nostro calendario cristiano. Ma prima di arrivarci esaminiamo il calendario in vigore durante i primi secoli della così detta “era cristiana”. Roma fu fondata, si dice, nell’anno 753 a.C., il dubbio è d’obbligo poiché come abbiamo visto nel caso del calendario cinese anche Roma doveva pre-esistere per poter far dire ai suoi abitanti che era stata fondata… Insomma nel 753 a.C. Quelli che poi saranno i romani decisero che Roma era ufficialmente nata e da qual momento nacque anche il calendario dell’era Romana… 

Sia pur con quell’inizio anche per i romani il calendario era originariamente un mezzo “circolare” per calcolare gli atti sacrali e mondani che contraddistinguevano la vita sociale, infatti esiste un antico calendario romano di cui una edizione ci è stata tramandata, l’autore della quale “sarebbe” un tal Dionysus Petavius. E qui vediamo che già il nome lascia trapelare qualcosa… Dioniso è il remotissimo Dio identificabile con Shiva che appartiene alla tradizione ancestrale indoeuropea e petavius (dal sanscrito peta) significa antenato. Perciò è facile dedurre che si tratta di un calendario tramandato da illo tempore e poi “codificato” ufficialmente con la “fondazione” di Roma. Ed ora consideriamo cosa avvenne attorno all’anno mille di Roma, in quel periodo stavano maturando due fatti contigui e consequenziali. Roma in seguito all’espansione imperiale ed al mescolamento continuo delle culture aveva perso gran parte delle sue tradizioni ancestrali, le religioni all’interno dell’impero erano molteplici e spesso in contraddizione e conflitto tra loro.. Il potere romano aveva cercato di unificare politicamente le varie popolazioni d’Europa, d’Africa e d’Asia, che facevano parte dei suoi sconfinati domini, attraverso l’imposizione di una unità amministrativa politica e militare lasciando però -per ammorbidire la stretta- ampia libertà di culto religioso e di usi e costumi ai vari popoli.

Durante il terzo secolo d. C., corrispondente all’anno 1000 di Roma, era andato consolidandosi un culto di origine ebraica, derivato dalla setta degli Esseni, che a differenza della tradizione giudea accettava i convertiti al suo interno, senza che questi dovessero necessariamente essere di origine ebraica. Questo nuovo escamotage favorì grandemente lo sviluppo della nascente nuova religione nell’Impero, soprattutto presso le classi povere, poiché fra i primi cristiani -come tra gli ebrei e tra gli esseni- vigeva la pratica della mutua assistenza e solidarietà fra correligionari (lo stesso antico metodo di mafia ed affini). Con l’impoverimento progressivo delle popolazioni e la disgregazione del potere temporale, l’unico legante che univa il mondo romano fu la condivisione del nuovo credo religioso, da quel momento definito “cristianesimo”…. 

Si noti bene che il cristianesimo prese ad avere la diffusione più virulenta attorno all’anno mille di Roma (da qui l’idea successivamente riportata anche in epoca medioevale di mille e non più mille). Si fa inoltre presente che all’epoca del Concilio di Nicea (nel 325 d.C. anno di Roma 1078) ancora non si sapeva o poteva indicare una data certa sull’ipotetica nascita di Cristo… E la partenza ufficiale del nuovo calendario cristiano avvenne non prima del V o VI secolo d. C. allorché si stabilì una data convenzionale per la nascita del Cristo fissandola appunto al 753° anno dalla fondazione di Roma (corrispondente all’anno 1 della nuova era). 

Successivamente essendo crollata la potenza temporale di Roma nel mondo conosciuto rimase il suo primato religioso in forma di cristianesimo con il nuovo calendario. Tra l’altro quest calendario servì enormemente all’espansione ed affermazione del cristianesimo, ponendosi come legante comunitario riconosciuto anche presso le nuove popolazioni barbariche che pian piano occupavano i confini dell’ex impero o presso i nuovi stati che sorgevano oltre quei confini, ad oriente….. Insomma il calendario cristiano era ed è tutt’ora -come fu il latino in precedenza e come è l’inglese oggi nel mondo- un elemento di coesione e di imposizione di una cultura.

Infatti il calendario cristiano viene oggi utilizzato per consuetudine in tutto il mondo (anche nei paesi non cristiani che sono per altro la maggioranza).
Ma i calendari sono cambiati per le civiltà antiche cambieranno ancora, non c’è dubbio.

Quale sarà il nuovo calendario per l’umanità dei millenni avvenire? Forse l’identità con l’esistenza stessa della vita sulla terra riporterà l’umanità alla considerazione del tempo circolare e magari per i calendari futuri non sarà più necessario che vadano avanti coi numeri a partire da… per finire non si sa quando, potranno cambiare -ad esempio come avviene in India- con l’avvento di ogni yuga… yuga dopo yuga..  sempre lo stesso tempo è…

Paolo D'Arpini

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