sabato 26 marzo 2016

Lavoro bioregionale e solidarietà sociale - La proposta di Caterina Regazzi per il Forum del lavoro bioregionale sostenibile che si tiene a Treia il 23 aprile 2016



Forse, dal punto di vista professionale, non sono titolata a parlare di "lavoro alternativo" essendo io inserita nel mondo del lavoro come dipendente pubblico. Lavoro come veterinaria presso una AUSL del Nord Italia. Però mi interesso di lavoro "alternativo" in quanto penso che il sistema del pubblico impiego non possa andare avanti ancora molto in questo modo, troppo dispendioso per le misere casse dello Stato e i tentativi di emarginare l'emorragia si stanno già sentendo. 

In passato è stata elargita una pletora di posti di lavoro pubblici, ma il sistema non mi pare più in grado di sostenerne l'onere. L'impiego pubblico è stato per decenni il sogno di molti italiani e per molti ha costituito una sicurezza; oggi che le risorse sono minori gli enti pubblici contraggono gli organici, non sostituendo più in molti casi, i pensionamenti. Quindi le prospettive in questo settore molto ampio sono in netta diminuzione per chi, con una laurea come la mia in tasca, o tanti altri titoli di studio, si affaccia oggi al mercato del lavoro. 

Anche nel settore privato comunque le prospettive non sono rosee. Le fabbriche e le altre attività imprenditoriali chiudono o cercano di contrarre gli organici e se fanno nuove assunzioni, molto spesso usano contratti a tempo determinato o questi nuovi contratti (co.co.co. co.co.pro., pagamento in voucher) che non danno sicurezza.

La sicurezza del posto fisso ce la dobbiamo scordare? Questo potrebbe essere anche un bene a patto che ci sia facilità nel passaggio da un lavoro all'altro, pubblico o privato che sia. Penso alle difficoltà nelle ricongiunzioni ai fini pensionistici e quello che ci sta intorno.

Ho usato prima il termine "mercato del lavoro", triste definizione, secondo me, che è indicativa della situazione: il lavoratore, di qualsiasi categoria faccia parte, è ormai un oggetto di compravendita; se c'è domanda può sperare di essere "acquistato", altrimenti deve barcamenarsi ed adattarsi ad altri settori.

Da tempo penso che viviamo in un sistema paradossale: la tecnologia (trattori, macchine agricole varie, gru, betoniere, ecc.) ha sollevato l'uomo ormai da oltre un secolo dai lavori più pesanti, e anche il lavoro di servizio si è semplificato grazie all'introduzione dell'informatica. Ci sarebbe dovuto essere parallelamente ed in conseguenza di queste facilitazioni la riduzione dalla necessità dell'impegno di lavoro ed in effetti così è stato da un certo punto di vista: dove prima in un'azienda agricola lavoravano 50 persone, oggi ne bastano 3 o 4, in un ufficio dove c'era bisogno di 10 scrivani oggi 1 o 2 sono sufficienti. Quindi le persone che trovano facilmente impiego sono sempre di meno, gli altri devono inventarsi qualcosa. Se due più due fa sempre quattro, la soluzione dovrebbe essere la riduzione degli orari di lavoro.

C'è si una tendenza ad un ritorno al lavoro manuale ed in maniera non più estensiva, in agricoltura biologica, ad esempio, ma il reddito in questi casi viene ad essere poco gratificante, se si considera la spesa per il maggior tempo impiegato, la minore resa per il mancato uso dei pesticidi e dei concimi chimici. Anche qui, solo la richiesta del mercato, di un mercato sensibile alla salubrità degli alimenti può fare la differenza.

Vorrei però fare un passo indietro, e fare un discorso che a qualcuno potrà apparire un po' retrogrado, pensando che negli ultimi decenni mentre il lavoro produttivo si è ridotto sempre più, e quindi necessita di meno occupati, le persone in cerca di occupazione (fuori di casa) sono enormemente aumentate (in percentuale sulla popolazione attiva). Le persone ,fino a qualche decennio fa, vivevano in famiglie numerose, e non avevano tutti la necessità di portare a casa un reddito. Oggi, vivendo tutti in famiglie nucleari, di coppie con o senza figli o single, ne hanno bisogno per potersi permettere una casa (e le relative utenze), senza considerare beni voluttuari o in certi casi anche necessari come un'automobile, vacanze, abbigliamento nuovo e alla moda, ogni genere di aggeggi e attrezzi (telefonini, computer e quant'altro), ed altro etc.
Anche la cosiddetta libertà di separarsi e vivere una vita da single necessita una indipendenza economica che si può ottenere solo, con i tempi che corrono, con un lavoro ben pagato.

Certo una volta le nostre mamme e nonne ne avevano abbastanza da fare a badare ai bambini o agli anziani, fare da mangiare e tenere un dietro alla casa. Anche le famose zie zitelle o zii scapoli spesso continuavano a far parte della famiglia di origine alla quale contribuivano in qualche modo. Non c'era forse una grande intimità, ma si aveva l'appoggio di tutto il "clan" nelle scelte familiari, nelle spese generali, nei momenti difficili e la solitudine magari non si conosceva. I nonni erano una figura importante, la loro esperienza era un valore e la loro saggezza era fondamentale per la crescita di giovani sani e sereni. I lavori erano massimamente agricoli o artigianali.


Non riesco a capire come ha fatto l'uomo ad essere così incosciente da farsi trascinare nell'industrializzazione: è stata una svolta tutta a favore di poche persone che si sono arricchite (ma a volte si sono anche rovinate), che hanno potuto sfruttare il miraggio del posto fisso e della "minore fatica" per trovare tanti schiavetti a buon mercato per accumulare denaro e beni materiali e farsi amici così del potere che ha pensato sempre meno al bene del popolo. Ed adesso ci dobbiamo arrabattare a cercare il lavoro alternativo...

Ci vorrebbe un governo illuminato, che potesse fare una ricognizione di tutti i lavori necessari (ma quelli veramente necessari), eliminasse tutti i lavori inutili (ci sono settori in cui ci si scervella per giustificare la propria esistenza, ma di cui si potrebbe fare benissimo a meno o almeno in misura minore).

I posti pubblici, quelli necessari, come dice il bioregionalista Danilo D'Antonio, non dovrebbero essere prerogativa di pochi, ma dovrebbero essere svolti a rotazione, tutti dovrebbero poter ambire e rientrare nelle schiere dei capaci di mandare avanti un ufficio o un servizio pubblico. Bisognerebbe fare un inventario dei lavori necessari e fare una programmazione nelle scuole affinché si venga preparati ad assumere quegli incarichi, ognuno secondo la propria capacità e desiderio: lavoro di produzione di beni, commercio, servizi alla persona, scuola, sanità, (finanza?), ecc. ecc.

Sarebbe così difficile programmare di quanti medici ad esempio e di quali specialità si avrà bisogno da qui a vent'anni, in modo da organizzare per tempo le iscrizioni alle università? E invece no, prima si sente dire che di medici ce ne sono pochi, poi che sono troppi, poi di nuovo pochi e così si crea solo confusione ed ansia nei giovani che aspirano a questa professione. Non parliamo poi di altre. 

Per quanto riguarda la riduzione dell'orario di lavoro, negli anni '70 si diceva "Lavorare meno lavorare tutti" che fine ha fatto questo slogan? Che in poche parole racchiude la soluzione a tanti problemi.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che lavorando meno si guadagna di meno ma se si ritornasse a quello stile di vita semplice di un secolo fa si potrebbero ridurre molti consumi e tanti servizi e molte "necessità" superflue. Oggi tante coppie devono lavorare entrambi per poter pagare un asilo nido o il ricovero o la badante per l'anziano, per pagarsi due macchine e la vacanza d'estate... ecc. ecc. Un'altra soluzione potrebbe essere ridurre la sperequazione tra gli stipendi. Non è possibile che ci siano giovani che pur di guadagnare qualcosa si accontentano di poche centinaia di euro al mese e manager incapaci, tra l'altro, che portano a casa decine di migliaia di euro, senza contare le buone uscite.


Insomma, va bene il lavoro alternativo, che sia agricolo di piccola scala, artigianale, di informazione ed educazione, politico (perché no? Abbiamo bisogno tantissimo di bravi politici), di servizio, etc. ma è necessario secondo me una riorganizzazione nel vivere di comunità, civile, che sia permeato di collaborazione e condivisione ed anche meno oppresso da balzelli burocratici e fiscali, assieme ad una redistribuzione del lavoro e dei redditi.
Caterina Regazzi - Rete Bioregionale Italiana
caterinareg@gmail.com

Abstract  per l'intervento  al convegno "Forum del lavoro bioregionale sostenibile" che si tiene il 23 aprile 2016 a Treia: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2016/03/treia-dal-23-al-25-aprile-2016-forum.html

1 commento:

  1. cara Caterina le tue analisi sono sempre lucidissime...lavorare meno lavorare tutti ma anche redistribuzione del reddito...oggi suona come un'utopia. Grazia

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