mercoledì 18 gennaio 2017

Legislazione costituzionale e bioregionalismo - "Salviamo il paesaggio"


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C’era chi voleva modificare 47 articoli (su un totale di 139), vale a dire un terzo della Costituzione in vigore, ma i cittadini italiani non lo hanno permesso.

E c’è, invece, chi vorrebbe che almeno un articolo della vigente Costituzione (l’articolo 42) venisse applicato in maniera corretta, secondo le interpretazioni suggerite da Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale. E negli ultimi mesi questo invito inizia ad assumere i contorni di una prassi corrente, che è utile conoscere e sostenere.

Sono almeno tre i casi concreti su cui possiamo poggiare le nostre tesi e sospingere una «new age» che potrebbe sconvolgere – in positivo – l’abitudine di dichiarare la priorità della tutela del Bene Comune sotto il profilo della pura teoria, salvo relegarla a un ruolo inattivo.

Gli stimoli che giungono, ora – da Napoli, da Ciampino e da San Giorgio di Pesaro – sono segnali importanti di una «marea» che si sta alzando e che possiamo contribuire a trasformare in un’onda lunga.

NAPOLI

Nel 2014 la giunta del Comune di Napoli aveva varato due delibere, dedicate al riutilizzo a fini sociali dei beni abbandonati, individuando i beni del patrimonio immobiliare «inutilizzati o parzialmente utilizzati», ma «percepiti dalla comunità come “beni comuni“ e suscettibili di fruizione collettiva», attraverso una specifica mappatura analitica.

Siamo nel cuore del problema: il tema tocca infatti il “nervo” del rapporto tra proprietà collettiva e proprietà privata, indicando un principio già felicemente applicato in alcuni paesi scandinavi.

Nel maggio 2016 una nuova delibera fa un passo avanti: Villa Medusa e l’ex Lido Pola a Bagnoli, l’ex Opg (ex Monastero S. Eframo nuovo) e il Giardino Liberato (ex Convento delle Teresiane) a Materdei, l’ex Conservatorio di Santa Fede (Liberata) e lo Scugnizzo Liberato (ex carcere Filangieri, ex Convento delle Cappuccinelle) nel centro storico, insieme alla ex Schipa di via Salvator Rosa, vengono riconosciuti come «spazi che per loro stessa vocazione (collocazione territoriale, storia, caratteristiche fisiche) sono divenuti di uso civico e collettivo, per il loro valore di beni comuni» e quindi restituiti alla vita quotidiana e alla città intera per tutelarli, scongiurare che possano essere alienati e consentire che vengano amministrati in forma diretta da collettività/comunità di riferimento, senza lucro privatistico e al fine esclusivo di indirizzarli al soddisfacimento dei diritti dei cittadini.
Esemplare l’esempio dell’ex Asilo Filangieri – edificio storico patrimonio Unesco nel cuore di Napoli e anche demanio comunale, abbandonato dopo il terremoto del 1980 – che dal 2 marzo 2012 si è trasformato in uno spazio aperto dove si va consolidando una pratica di gestione condivisa e partecipata di uno spazio pubblico dedicato alla cultura, in analogia con gli usi civici: una diversa fruizione di un bene pubblico, non più basata sull’assegnazione a un determinato soggetto privato, ma aperto a tutti quei soggetti che lavorano nel campo dell’arte, della cultura e dello spettacolo e, in maniera partecipata e trasparente, attraverso un’assemblea pubblica, condividono i progetti e coabitano gli spazi.
Grazie al provvedimento della giunta comunale, attraverso il regolamento per la gestione dei beni comuni pubblici, l’Asilo da luogo occupato è ora luogo di cultura aperto a tutti, di sperimentazione comunitaria e un’importante esperienza pilota, riconosciuta dalla delibera comunale per «l’alto valore sociale e economico generato dalla partecipazione diretta dei cittadini alla rifunzionalizzazione degli immobili».

CIAMPINO

Ciampino (Comune di oltre 38 mila residenti), invece, un folto gruppo di associazioni, comitati e semplici cittadini – su proposta di “Ciampino Bene Comune”, una delle oltre mille organizzazioni aderenti al Forum nazionale Salviamo il Paesaggio – si è fatto portavoce di un’iniziativa per la tutela dell’area della «Tenuta del Muro dei Francesi», in stato di abbandono e soggetta a continui crolli.
Nell’ottobre 2016 è stato notificato al Sindaco l’invito perentorio a iscrivere formalmente l’area al patrimonio comunale, in quanto bene abbandonato, ricordando al Primo cittadino il suo dovere di intimare ai proprietari la richiesta di indicare la propria disponibilità a riattivare, entro 150 giorni, la funzione sociale dei beni abbandonati ed in parte crollati; in caso di mancata risposta o di rifiuto, il Sindaco potrà quindi procedere all’iscrizione di quei beni al patrimonio comunale.
L’intimazione fa riferimento al comma 2 dell’articolo 42 della Costituzione  secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”, e alla funzione sociale non assicurata dai proprietari che, «contravvenendo al loro dovere, li hanno abbandonati facendo venir meno la “tutela giuridica” dei loro preesistenti diritti proprietari sicchè questi beni medesimi non hanno più un titolare e, ai sensi dell’articolo 827 del codice civile, in combinato disposto con il citato articolo 42 della Costituzione, sono tornati nella “proprietà collettiva del Popolo di Ciampino».
Al momento non si registrano reazioni da parte del Sindaco, ma i cittadini sono all’erta e pronti a ricorrere al TAR del Lazio in caso di sua inottemperanza.

SAN GIORGIO DI PESARO

San Giorgio di Pesaro (piccolo Comune di poco meno di 1.400 abitanti), nel febbraio 2016 il consiglio comunale ha approvato una delibera per fronteggiare il preoccupante fenomeno degli edifici abbandonati nel territorio, cioè quegli immobili che si trovano in grave stato di degrado urbano, di incuria volta a determinare pericolo per la sicurezza, la salubrità e l’incolumità pubblica e che non siano mantenuti e utilizzati da più di 10 anni.
Si tratta di un regolamento mirato all’acquisizione al patrimonio comunale, alla riqualificazione e al riuso, anche attraverso la cessione a terzi, di beni in stato di abbandono e, anche in questo caso, si rapporta alle norme del codice civile sulla proprietà «subordinate alle norme di ordine pubblico economico immediatamente percettive degli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione che sanciscono la prevalenza dell’utilità sociale e della “funzione sociale della proprietà” sull’interesse privato».

Con l’espressione “beni comuni” la delibera considera «quei beni a consumo non rivale, ad uso non esclusivo ma esauribile, che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo dei cittadini che possono formare oggetto di fruizione collettiva».

Poche settimane fa il sindaco di San Giorgio di Pesaro, Antonio Sebastianelli, ha emesso tre ordinanze: se non otterranno risposta, dopo 120 giorni scatterà l’acquisizione per fini pubblici e il Comune «provvederà d’ufficio ad eseguire gli interventi necessari con spese a carico dei proprietari o aventi diritto. In caso di mancanza delle risorse finanziarie necessarie a coprire i costi di intervento coattivo, attestato dal responsabile del settore contabile, il Comune avrà la facoltà di imprimere all’immobile una destinazione d’uso pubblica ai fini della conseguente acquisizione al patrimonio dell’Ente».
Tre casi indubbiamente differenti ma con una matrice profondamente solida e unificante, che danno la misura di una possibilità applicabile ovunque: nelle grandi città metropolitane, in Comuni di media dimensione, in ognuno dei circa 6 mila municipi del nostro Paese al di sotto dei 5 mila abitanti (che rappresentano il 72 % dei Comuni italiani). Senza dimenticarci una proposta di legge presentata dalle Onorevoli Chiara Di Benedetto e Claudia Mannino del Movimento 5 Stelle: “Disciplina della funzione sociale della proprietà, in attuazione dell’articolo 42 della Costituzione” (n° 2805, presentata l’8 gennaio 2015).
Possiamo ora attendere gli sviluppi che, nelle prossime settimane, si registreranno a Napoli, Ciampino e San Giorgio di Pesaro.
Oppure possiamo immaginare un diverso futuro per tutti quegli immobili – pubblici e privati – che popolano la città o il Comune in cui siamo residenti e dare il via a una nuova azione (proprio a casa nostra …), che funga da effetto moltiplicatore e trasformi in un potente strumento civico un fondamentale articolo della Costituzione, mai – purtroppo … – correttamente applicato.

A noi e a voi il compito di “cogliere l’attimo”: il cambiamento, ora, è decisamente un “affare nostro”…


di Alessandro Mortarino

Ex-Asilo-Filangieri

Qui potete leggere e scaricare:

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Nota integrativa di Claudio Martinotti Doria: 
"Le iniziative pubbliche qui riportate sono estremamente interessanti, non solo nell’applicazione effettiva degli articoli della Costituzione indicati e finora solo teorizzati, ma nel coinvolgimento organico e responsabilizzazione delle componenti sociali urbane e bioregionali nelle operazioni di recupero, riutilizzo e manutenzione sociale e pubblica dei beni immobili di pubblico interesse (che versano in condizioni di degrado, abbandono ed incuria, da parte della proprietà privata), svolgenti una preziosa azione di aggregazione sociale e formazione e fruizione culturale. Esempi che spero abbiano un seguito in altre parti d’Italia fino a divenire pratica comune, rivitalizzando ogni territorio. (Claudio)"

martedì 17 gennaio 2017

Scarso riciclaggio dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche


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La raccolta differenziata è una condizione preliminare per garantire il trattamento specifico ed il corretto riciclaggio dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE); purtroppo in 40 province italiane la raccolta di questa particolare tipologia di rifiuti è ancora al di sotto dei 4 kg per abitante (target in vigore fino al 31 dicembre 2015).
Solo 4 province superano non solo il target 2015 ma addirittura quello fissato per il 2016, che prevede per l’Italia una raccolta pro-capite pari a circa 7,5 kg per abitante, si tratta di
  • Olbia–Tempio (10,23 kg),
  • Como (10),
  • Aosta (8,24)
  • Sassari (7,92)
cittadinanzattiva_raee_provincevirtuose
In altre 3 province la situazione è rimasta stabile, mentre in ben 58 province è addirittura peggiorata rispetto a cinque anni fa.
Come è possibile vedere nella tabella sottostante la più alta media pro-capite a livello regionale si riscontra nelle regioni del Nord: in particolare Valle d’Aosta e Trentino e Friuli, mentre in forte ritardo si presenta il Sud, soprattutto Campania, Sicilia e Puglia, che si attestano agli ultimi posti.
dati raccolta differenziata raee - media regionaleI dati fanno ancora più riflettere se pensiamo, come ricorda Giorgio Arienti, Direttore Generale di Ecodom, che la quantità di RAEE che ogni cittadino italiano ‘produce’ (cioè butta via) ogni anno è quasi 13 kg a testa, che in totale fanno circa 800.000 tonnellate all’anno.
Senza un deciso cambio di passo, risulta irrealistica, per il nostro Paese, la possibilità di raggiungere l’obiettivo di circa 10 kg per abitante stabilito dall'Unione Europea per il 2019.
Si conferma la fotografia di un'“Italia a più velocità”, come afferma Tina Napoli, responsabile delle politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva, che aggiunge: “se da un lato c'è da esser fiduciosi in quanto in Italia nei primi nove mesi dell'anno sta continuando ad aumentare la raccolta differenziata dei RAEE, dall’altro c’è da preoccuparsi e non poco in quanto il trend nel 2015 peggiora in ben 58 province rispetto ai dati del 2011.
Guardando nelle specifico alla nostra regione, la Toscana ha percentuali medie di raccolta differenziata di RAEE sopra alla media nazionale: nel 2015 si è attestata a 5, 67 kg abitante. A livello provinciale, sopra ai 6 kg abitante, troviamo:
  • Lucca (6,37)
  • Firenze (6,32)
  • Pisa (6,27)
  • Siena (6,18)
  • Grosseto (6,1)
Tra le peggiori invece Prato, con 3,4 kg abitante e Massa con 3,71 kg abitante.
raee_toscana
Come migliorare? Sicuramente molte sono le strade da perseguire: la differenza, come ricorda Tina Napoli di Cittadinanzattiva, la fanno:
  • la sensibilità degli amministratori nell'implementare nei territori politiche nazionali ed obiettivi europei,
  • gli investimenti in infrastrutture dedicate, a partire da una più capillare presenza di specifici centri di raccolta,
  • la capacità di fare rete tra i vari soggetti della filiera direttamente interessati - produttori, distributori, consorzi, etc.,  le amministrazioni pubbliche e la società civile organizzata.
Di sicuro bisogna continuare ad informare i cittadini, per questo Ecodom e Cittadinanzattiva hanno realizzato una guida dal titolo “Rifiuti elettrici ed elettronici: come fare?”, che spiega per quali motivi i RAEE devono essere raccolti in modo differenziato.
Come già ricordato anche da altri opuscoli informativi in materia, questi rifiuti contengono sostanze inquinanti, che devono essere estratte con tecnologie appropriate e correttamente smaltite.
Inoltre non dimentichiamo che questi rifiuti possono davvero rappresentare un’importante miniera di materie prime da riutilizzare: da quelle più comuni come il ferro, l’alluminio, la plastica, il rame, fino a quelle più preziose o strategiche, come l’oro, il palladio, il cobalto, la grafite. Ricavare queste materie prime dai RAEE, inoltre, richiede meno energia ed ha un impatto ambientale inferiore rispetto all’estrazione delle stesse dalle miniere.

(Fonte: Arpat)

lunedì 16 gennaio 2017

"Il gelo che colpisce il sud Italia è conseguenza dell'effetto serra.." dicono due scienziati qualificati


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"Fa più freddo perché fa più caldo?" (Saul Arpino)

Il gelo e la neve arrivati sino alla Puglia sono "un'anomalia, un evento raro" che rientra "nella normale variabilità naturale"; peraltro, "è molto difficile legare un singolo evento estremo al cambiamento climatico, il cui trend, anche in Italia, indica un progressivo aumento delle temperature e di ondate di calore, una riduzione delle ondate di freddo con inverni mediamente sempre più miti". A dirlo è Silvio Gualdi, dirigente della Divisione simulazioni e previsioni climatiche del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) e futuro presidente della Società italiana per le scienze del clima. Giampiero Maracchi, emerito di climatologia all'Università di Firenze, da parte sua afferma che "le nevicate in grande quantità, come quelle di questi giorni al centro sud Italia, sono legate all'effetto serra, che non vuol dire caldo ma soprattutto eventi estremi". 

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La ragione dell'ondata di gelo, spiega Gualdi, è "il blocco del flusso atmosferico tradizionale che dall'Atlantico scende sul Mediterraneo e l'intrusione di aria fredda da nord est, che è una situazione di variabilità naturale e quest'anno ha investito oltre alle regioni dell'Italia centrale anche la Puglia, di solito esclusa". Riconducibili al cambiamento climatico, aggiunge, sono "le anomalie del dicembre scorso ad esempio in Artico, con più caldo e riduzione del ghiaccio marino, con minimi che di anno in anno raggiungono nuovi record o un inverno mite in Norvegia, eventi questi che saranno sempre più frequenti". Nel caso di quest'ultima ondata di maltempo, Maracchi parla di "evento raro ma negli ultimi anni non così eccezionale" e ricorda il 2012 quando a Forlì ci furono due metri di neve, sottolineando la "frequenza elevata" di questi fenomeni anche a carattere nevoso. 

"Con il cambiamento climatico le stagioni sono sfalsate. Veniamo da un autunno caldo con temperature sopra la norma e una maggiore evaporazione dall'Atlantico. Quando poi si combina con l'aria fredda da nord-est, cade tutto insieme", prosegue l'esperto. "La nostra società è vulnerabile ai cambiamenti climatici e alla variabilità meteorologica naturale" osserva Gualdi secondo cui "la grossa sfida è estendere ad una scala temporale più lunga le previsioni, dando informazioni sulla probabilità che si verifichino anomalie di precipitazioni o temperature che superino determinate soglie, in una certa area di interesse. Molti centri in Europa lo fanno in modo operativo. In Italia per ora lo facciamo in modo sperimentale, ma ci stiamo preparando all'operatività" conclude Gualdi annunciando che l'orizzonte per queste previsioni è molto vicino e raggiungibile "in un paio anni".



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(Fonte: PrimaDaNoi.it)

domenica 15 gennaio 2017

Bioregionalismo e spiritualità della natura

Maria Adele Anselmo, in un suo studio interessante intitolato “La figura della Dea Madre nelle pagine di Evy Johanne Haland” (Pa 2011), conferma quanto sostenuto poeticamente da Teodoro Margarita, in un suo scritto sui semi: "i semi sono i morti che posti nel solco (l’utero) ritornano a nuova vita".
La danza della natura... Bioregionalismo e spiritualità

La danza della natura... Bioregionalismo e spiritualità

I popoli arcaici, che si ispiravano al Mito dell’Origine eternamente attuale, interpretavano la vita e la morte quali aspetti inseparabili di un movimento che si ripete ininterrotto, pur senza mai ritornare all’identico. Tale concezione ciclica dell’esistenza si inabissò con l’emergere di una visione lineare, evolutiva, della vita: dal meno al più. Tuttavia essa non è del tutto sparita, giacché continua a vivere nella coscienza degli uomini che, non lasciandosi ingannare dai miraggi di una sedicente civiltà in preda all’illusione di un progresso od evoluzione illimitati, non si allontanano dai valori immutabili della Terra e del Cielo. Tra il 200 e il 1200 d.C. Tiruvalluvar, poeta del Tamil Nadu, scrisse: “Per quanto faccia, il mondo finisce sempre col tornare all’aratro perché l’agricoltura, benché faticosa, è la cosa essenziale” (“Tirukkural”, 1031).
Presso la Tradizione del Sanatana-dharma, la Via degli Avi, uno tra i due percorsi post mortem, vien detta Pitriyana; essa può essere riassunta nel modo che segue: il jiva (l’anima individuata) che sulla Terra abbia ottemperato al proprio dharma personale sale alla sfera della Luna, da dove, dopo aver beneficiato dei meriti accumulati, ritorna a questo mondo come pianta, animale o uomo. Si tratta di una Via che non disperde il jiva nella nescienza, ma nemmeno lo conduce alla Liberazione, poiché lo trattiene nell’ambito di nuovi stati di manifestazione individuati.
Il mondo della Luna (Candraloka) segna la distinzione tra gli stati superiori dell’Essere (non individuati) e quelli inferiori (individuati). La sfera della Luna ineriva quelli che presso il mondo ellenico venivano considerati i Piccoli Misteri. I Grandi Misteri riguardavano la Via del Sole (Devayana). Di ciò ci parla Apuleio nella sua celebre opera “L’asino d’oro”, in cui compare tra l’altro un bellissimo Inno alla Dea.
Il mondo storico, succeduto a quello mitico, ha però frainteso e deformato tale sapienza tradizionale, interpretandola nel senso che la terra-natura-donna va rigettata e capillarmente sfruttata se ci si vuole aprire alle esigenze di una perfettibilità illimitata: dall’ameba, all’anfibio, alla scimmia, all’uomo, al titano... al niente.
Nulla di più falso: soltanto se la Natura viene abbracciata, amata e compresa in quanto realtà inseparabile da noi stessi, essa ci permetterà di accedere agli stati sovraformali dell’Essere o, addirittura, al Risveglio nell’Ineffabile, da cui non c’è ricaduta cieca nella ruota del samsara.
Se ne evince un’enorme disponibilità a confrontarsi con la complessità delle interpretazioni dottrinali e con l’indefinita varietà delle forme. E dire che noi occidentali siamo andati in giro per il mondo per centinaia d’anni – e ancora lo stiamo facendo – ad esportare una civiltà che, nella pretesa di essere unica o, quanto meno, a tutte superiore, ha puntualmente lasciato dietro di sé una scia di distruzione, desolazione e morte.
Se è vero l’insegnamento secondo cui bisogna valutare dai frutti, che cosa ne dobbiamo dedurre? Probabilmente che dobbiamo tornare ad imparare i principi elementari della saggezza: l’Essere che anima questo individuo o che ispira questa lingua è lo stesso che anima la foglia, l’insetto, la stella e che suscita tutte le altre lingue. A livello formale vige la diversità ed una relativa gerarchia, dal punto di vista dell’Essenza, invece, Tutto è Uno.
Subramanyam

Immagine del post: "Dance of Nature" tratta da www.paintstudio.co.in

sabato 14 gennaio 2017

Pianeta Terra: morte certificata - L'estinzione degli animali e la distruzione degli ecosistemi poco importa al sistema...

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Nel Living Planet 2016, il Report Biennale sullo stato di salute della terra: entro il 2020 si prevede il crollo del 67% delle specie animali e vegetali; le cause più comuni sono: l’agricoltura non sostenibile (dicasi monocolture di mangimi per animali); il disboscamento (in genere per adibirlo a pascolo); l’inquinamento dovuto ai mezzi di trasporto (gli allevamenti inquinano più di tutti i mezzi di trasporto del pianeta); lo sviluppo residenziale o commerciale (crescete e moltiplicatevi), la produzione di energia elettrica; lo sfruttamento minerario, la caccia indiscriminata, il bracconaggio,  etc. 

La distruzione di questi ecosistemi rappresenta una rischio non solo per le piante e la fauna selvatica ma anche per gli esseri umani dal momento che gli ecosistemi ci forniscono acqua (e se è inquinata ci ammaliamo), aria pulita, cibo, energia, rimedi naturali. 

Questo patrimonio si sta riducendo ad un ritmo più veloce di quello necessario al reintegro a causa della pressione umana. Nel giro di pochi decenni sono stati distrutti 2 miliardi di ettari di foresta. Dal 1970 al 2012 le popolazioni di elefanti si è ridotta del 38%. Senza specie animali, gli ecosistemi crolleranno e con loro i servizi che la natura ci fornisce quotidianamente.

(Fonte: WWF)

venerdì 13 gennaio 2017

Universalismo e bioregionalismo a confronto - "In natura non c'è nulla di superfluo..."


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Non è la divisa, l’ornamento, il posto a sedere a rendere grande un uomo, ma i suoi valori interiori, la sua saggezza, il suo equilibrio, la sua bontà d’animo, ma soprattutto la volontà di superare i propri limiti ed uniformarsi  a ciò che è giusto, positivo e armonico nella vita. Non è la ricchezza, il titolo di studio, la posizione sociale a rendere unico nell’universo un essere vivente, ma il suo far parte, in modo insostituibile,  del tutto nel piano dell’esistenza. Ma questo non deve farci dimenticare la relatività delle cose, di ognuno: se la specie umana si estinguesse non si distruggerebbe l’ordine naturale dei sistemi; allo stesso modo se il pianeta terra si dissolvesse nel nulla questo non causerebbe una crepa nell'infinito cosmico.

Eppure in natura non c’è nulla di superfluo, di meno importante ai fini della manifestazione della Vita. Il Tutto funziona in virtù della differenza formale e funzionale delle diverse realtà che lo compongono. Senza voler ridurre ad un esagerato appiattimento di valore, la realizzazione di un concerto sinfonico richiede la presenza di tutti i differenti componenti dell’orchestra e  il violino, ai fini del concerto, non è meno determinante del musicista.

L’uomo non dovrebbe mai umiliarsi, genuflettersi, piegarsi davanti ad un altro uomo;  non dovrebbe mai accettare di essere servo di qualcuno, né mai dovrebbe accettare che un suo simile si manifesti in modo servile. Ogni essere umano, e non solo umano, ha dignità regali per il semplice fatto di appartenere alla folla dei viventi, di essere portatore del miracolo strabiliante della vita, per essere portatore di pensiero, sentimento, spirito. Ogni essere nasce per essere libero, non servo o sottomesso a qualcuno. Ma senza umiltà non c’è vera grandezza.

Mai umiliarsi nel chiedere la concessione di un diritto, che ci sia elargito come dono ciò che possiamo conquistare con la volontà e il sacrificio: la dignità è la sola vera ricchezza, il mezzo attraverso cui l’essere umano dimostra il suo valore e per questo non dovrebbe mai cadere in errore per non doversi  poi  umiliare nel pentimento. Né mai l’uomo dovrebbe degradare se stesso fino di essere succube dei propri impulsi, schiavo dei propri vizi, vittima dei propri piaceri.

Ma quando le esigenze vitali dipendono dagli altri l’uomo diviene debole e lo spirito di sopravvivenza lo costringe a soffocare la parte migliore di se stesso. Le contingenze estreme non dovrebbero mai costringerlo ad umiliarsi per mancanza di risorse, di lavoro, e su questo pesa inesorabilmente la responsabilità dello Stato, della comunità che non cura capillarmente i bisogni dei suoi cittadini.

Forte e libero è chi ha la possibilità e la volontà di essere artefice del proprio destino; chi non affida passivamente a terzi il bene supremo della propria salute, della propria anima; chi cerca la propria realizzazione con l’impegno e il sacrificio di se stesso attraverso le potenzialità che Madre Natura ha elargito ad ogni suo componente e che aspettano di emergere nell’impulso evolutivo della vita.

Franco Libero Manco

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giovedì 12 gennaio 2017

Alcune considerazioni sull'attuazione degli obiettivi bioregionali

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“E’ buona norma, nell’approccio bioregionale, prima di tutto tentare di conoscere l’ambito in cui si vive, delimitandolo attraverso lo studio geomorfologico del territorio, della flora e della fauna. La bioregione è un’area omogenea definita dall’interconnessione dei sistemi naturali e dai viventi che le abitano. Una bioregione è un insieme di relazioni in cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte della più ampia comunità naturale che ne definisce la vita. L’idea bioregionale consiste essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all’interno della più ampia comunità di viventi e nell’agire come parte e non a parte di essa, corregendo i comportamenti indotti dall’affermarsi di un sistema economico e politico globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta devastando, ad un tempo, la natura stessa e l’essere umano”


“L’attuazione bioregionale in chiave politica. Il Bioregionalismo ha due obiettivi: recuperare e tutelare al massimo l’ambiente naturale; ridisegnare nuovi confini delle regioni, tenendo finalmente conto delle loro caratteristiche etniche, ambientali, linguistiche, sociali e produttive. Il tutto in una visione della Stato che ”invece di amministrare se stesso, attraverso la sola tutela della burocrazia, (tra le più arretrate del mondo), si occupi finalmente e seriamente dei grandi problemi nazionali e della tutela dei cittadini”


“..l’immagine che si vuole evocare con la parola “bioregionalismo” un neologismo usato dallo stesso Peter Berg. Diciamo che il “bioregionalismo” contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo. Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro…”


“Riconoscendo l’esistenza delle diverse realtà delle nostre quotidianità siamo in grado di coglierne la ricchezza e l’unicità, conservandone la memoria quale eredità culturale. Possiamo in tal modo cogliere l’anima del luogo dove abitiamo, ove mente e corpo si fondono in un atto profondo d’amore e di gratitudine verso questa terra che ci ha donato la vita, la quale racchiude le leggi cosmiche. Difenderla implica tutto questo, nella piena consapevolezza che esiste un’altra realtà molto insidiosa, quella della perdita delle identità, della distruzione delle culture con i loro paesaggi uniformi, prossimi ai deserti..”


“L’esperienza degli orti e dell’agricoltura urbana, seppur con qualche anno di ritardo, si sta diffondendo molto velocemente anche in Italia. Se esistesse una mappatura, vedremmo migliaia di puntini disegnati sulla cartina dell’Italia: gruppi auto-organizzati, orti didattici, orti sul balcone, aiuole coltivati a lattuga, orti sinergici. Tra tangenziali, cavalcavia, ponti, semafori, autostrade, ecco apparire qua e là un orto in tutta la sua bellezza”


“…non si può fare a meno della biodiversità, ovvero i sistemi naturali che sostengono la sopravvivenza di noi tutti. Osserviamo che ovunque avanza la desertificazione (non soltanto siccità bensì perdita dell’humus in seguito al dilavamento dei terreni di superficie), la deforestazione, l’utilizzo improprio dei terreni per produzione elettrica, l’impoverimento dei suoli dovuti a monoculture, la modifica dell’ambiente e, in generale, la dispersione del patrimonio biologico delle specie animali e vegetali, tutti aspetti che dederminano una perdita economica considerevole anche nell´economia…. L’unico “sviluppo” che consente la vita della biosfera è un processo completamente non-materiale, qualcosa che significhi l’evolversi di cultura, arte, spiritualità”


“Il nostro è un lavoro di chi ama osservare l’inverno che finisce e la primavera che avanza, sentire tamburrellare il picchio, sentire l’improvviso fruscìo degli stormi di fringuelli sopra la testa come l’ala di un angelo. Quale calcolo economico possiamo fare di questo lavoro, che faccia rientrare anche la sensazione di essere lambiti da un’ala di angelo? Ho cercato di dare un esempio piccolo e concreto di un modo di lavorare che abbia cura della terra e degli altri esseri perché vorrei fare una domanda. E’ concepibile un’amministrazione politica -di qualunque livello organizzativo- che legifera attorno a questa modo di lavorare slow?”


“Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro”


"PREPARIAMOCI a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza e forse più felicità. Non ci sono mai state tante crisi tutte insieme: clima, ambiente, energia, risorse naturali, cibo, rifiuti, economia. Eppure la minaccia della catastrofe non fa paura a nessuno. Come fare? Ci vuole una nuova intelligenza collettiva. Stop a dibattiti fra politici disinformati o in conflitto d’interessi. Se aspettiamo loro sarà troppo tardi, se ci arrangiamo da soli sarà troppo poco, ma se lavoriamo insieme possiamo davvero cambiare."


“Ci vuole uno scossone intellettuale ed amorevole nella nostra attitudine, occorre avviare un bio-ragionamento all’interno delle istituzioni . Dobbiamo entrare nelle maglie profonde del pensiero umano e del contesto sociale in cui viviamo ed ottemperare al dovere di manifestare il “bioregionalismo”, “l’ecologia profonda” e la “spiritualità laica” in questa società, sia urbana che rurale, tecnologica e semplicistica, complessa e facile, insomma serve uno scatto di reni e di cervello…!”


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