venerdì 28 aprile 2017

Fuori Carreggiata - Remix di alcuni momenti alla Festa dei Precursori 2017 al Circolo vegetariano VV.TT.


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....ho avuto la fortuna di partecipare alla Festa dei Precursori 2017  e Caterina e Paolo mi hanno chiesto di scrivere un resoconto, così sul treno lungo il ritorno ho deciso semplicemente di ritrascrivere gli appunti che ho preso sul quaderno e anche sul vecchio cellulare nokia, sottoforma di sms. In questi giorni ho conosciuto una simpatica ragazza dai lunghi capelli rossi ricci e luminosi occhi azzurri, vive nei paraggi di Treia con la sua splendida figlioletta Ambra (nella foto a sinistra).

Parlando del più e del meno come si fa quando ci si incontra e ancora ci si conosce mi ha detto che vive in una contrada che si chiama carreggiata, in particolare in una piccola casa di campagna appena fuori dell abitato così mi è subito venuto in mente:

[Fuori Carreggiata]


isola di erba di sole e di beatitudine,
nell aria suoni di uccelli galli insetti,
un aereo che passa un cane che abbaia

sto percorrendo in treno la verdissima marca centrale…

…nel ddocazzistan e fra un saro’ nella capitale boh!

son scesa appena dalla montagna della sila e anke…
wao x domani vedrò bella posta!

io sto facendo una frittata
con le mele e la cipolla,
beata me, beato te!

tutti i portali stanno riprendendo a funzionare,
segno che stiamo facendo un buon lavoro.
siamo più vicini di quanto pensiamo!

in questi giorni sono stato a treia
bellissimo paese della  marca centrale
alla festa dei precursori

ascolta su you tube la canzone di nada
senza un perche’

[live and poetry session]

fuoricarreggiata®emix

ho poco tempo per la fretta
ho altro a cui pensare
la mia Zappa ha un tempo lungo
il mio ritmo e’ lento
ti avvolge in una nuvola di fiori

tieni aperto il cuore
coltiva empatia
linea precisa e netta

basta spostarsi di poco
dal fiume e dalla sua corrente
miracolo di una nuova vita

sii
quel che sei
se non sei
quel che sei

sei + sei + sei
diciotto

sii quel che sei
in ogni momento
come polvere al vento

musica dell amore
scolpita dal cuore
mancano solo
i tamburi e le trombe

mi sento come allora
attraversando l’africa
nel giardino di casa

il dolce far niente

(luce di gocce da alcune poesie di felice, paolo, stefano, antonello e uphala)

[fuori carreggiata utopia come tensione evolutiva]

il labirinto, architettura di questo nostro perderci
tra passato e futuro e la danza delle parole che ne simboleggia
l’attraversamento, costituisce la nostra bussola. la danza delle parole
e’ lo strumento di un viaggio verso un presente che diventa altro,
fuggiamo da un tempo ormai consumato, troviamo rifugio nello spazio
di un tempo non lineare dove il passato può permetterci di scoprire il futuro
e il futuro di dar forma al passato. presente di chiunque si mette in viaggio
per comprendere se stesso, eterno errare nel labirinto del mondo per sbrogliare
il passato e tessere il futuro cercando di dare un senso alla propria esistenza

[promemoria]

chi guarda sempre il nulla
sarà poi a sua volta
dal nulla stesso guardato

possiamo cambiare la direzione delle vele
quando non riusciamo a cambiare
la direzione del vento

Ferdinando Renzetti 

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martedì 25 aprile 2017

La Dea Madre, le sibille ed il culto della natura nelle Marche


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Parlare della Dea Madre senza contestualizzarla significa non legare alla propria vita, alle proprie origini tutto quello che il concetto del femminino sacro può significare. Parliamo di Culti Egizi, Siberiano, Anatolici, parliamo di erbe, di divinazione, di energie, con faticosi percorsi che spesso vengono da lontano o non ci “risuonano” dentro perfettamente. Ecco perché ritrovare la nostra dea madre è importante, dopo secoli di cancellazione e di spinta al maschile, al patriarcato, che ha voluto combattere la sensibilità femminile di fatto devastando la dignità delle donne, e abbrutendo la civiltà. In realtà non possiamo dire che ci sia stata un’era piena di pace e di amore, non possiamo al momento sapere come vivevano i nostri antenati più remoti; sicuramente ci sarà stata un’era dove l’organizzazione era diversa, con regole diverse, che per un tempo funzionarono.

Cercherò di riportare il pensiero del lettore un attimo in un passato dove non c’era la tv a condizionarci, e le regole erano dettate dalle stagioni e da chi si occupava dei culti religiosi.

Vicino la bella Visso (dove nel palazzo del comune troneggiava un affresco che ritraeva la sibilla picena), c'è lo splendido santuario di Macereto, datato 1300.

Interessante é il portale dove possiamo ammirare dei bassorilievi particolari: vediamo degli uomini abbigliati e un ominide svestito dall'aspetto rozzo, primitivo che si recano al cospetto di una donna riccamente vestita. Le portano dei doni. Il rozzo non può essere una scimmia, più probabile rappresentasse una fascia di popolazione dedita a vita rude, ignorante, che si rivolge a questa donna per...? Cure mediche, consulti di che tipo? Se é un pastore o un contadino cosa può volere, auspicio sul raccolto, un problema di salute, una richiesta di aiuto per qualche motivo, oppure... sapere quali sono i confini del territorio dove portare al pascoli e terreni da coltivare.


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Molte sono le leggende sulle sibille, ma escluse queste rappresentazioni di Macereto e dipinti più recenti, non ci giungono tramandate immagini e informazioni precise di come fosse e come vivesse. Anche le storie della sibilla di Antoine de la Sale, Andrea da Barberino, il Tannhauser di Wagner, che si ispirano a leggende locali, sono come vedere la sibilla riflessa allo specchio, ma non vediamo chi c’è di fronte allo specchio. Emergenze archeologiche significative non ci sono state finora perché come sappiamo da sempre i ritrovamenti sono finiti nelle collezioni private o una volta asportati manufatti dai contadini, la tomba veniva sistematicamente occultata o distrutta. Troviamo gli anelli di cupra usati come battiporta, spade usate come scannagalline, sarcofagi come abbeveratoi maiali o depositi di mangime.  Nei casi in cui i reperti sono stati recuperati e portati nei musei, spesso sono stati catalogati male, e con la guerra spesso dispersi.  Ma questa volta siamo stati più fortunati: una frana ha coperto con qualche metro di terra e protetto per secoli una necropoli particolare, del VI secolo prima di cristo: a Montedinove. Una serie di tombe nel fianco di una collina, tutte donne e tutte bardate allo stesso modo, riccamente, tipo madonne in processione, tutte con una punta di lancia conficcate vicino alla tempia destra. L’ipotesi formulata dagli archeologici è che fossero donne provenienti da un borgo vicino per maritarsi, e per questo sepolte tutte insieme, ma non è verosimile: più logico ed elementare supporre che fossero appartenenti ad una casta di sacerdotesse, molto importanti, molto venerate e intoccabili: le Sibille. Su una tomba sopra alla donna c'era sepolto un uomo. Gli ornamenti dell’uomo sono molti simili a quelli del Guerriero di Capestrano, il cui aspetto suggerisce essere un eunuco, sacerdote di alto rango custode della Sibilla per conto della quale effettuava i sacrifici, a scopo divinatorio e propiziatorio.

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Al tempo di Roma e fino al medioevo, queste figure ancora dovettero esistere, ancora con grande potere, se a Macereto le ritraggono sul portale, come ad ammettere questa venerazione, tollerata sì, ma controllata, tenuta d’occhio dalla chiesa. Qui nel Piceno vigeva la legge salica, la proprietà terriera ereditaria che neanche i romani si permettevano di infrangere, e le Sibille erano non solo custodi della divinità dea madre (culto di Cibele?) e di varie arti come la conoscenza delle erbe e i loro usi, forse la cosmologia, ma il più significativo ruolo di potere lo avevano grazie alla conoscenza della geometria, la geodesia: tracciare i confini dei terreni, delle proprietà. Cosa che la chiesa non poteva sopportare e nel tempo riuscì a sopraffare e distruggere per potersi appropriare di tutto. Nel tempo il culto si era comunque modificato, troviamo nel II secolo che gli arcigalli, gli alti sacerdoti della dea Cibele, sono eunuchi vestiti da donna, con addosso esattamente gli stessi paramenti che in passato erano riservati alla Sarcedotessa Sibilla. E comunque anche oggi possiamo capire come sia possibile perdere e dimenticare millenari culti e tradizioni: anche per esempio la conoscenza delle erbe, comune a tutti, si è persa nel giro di una – due generazioni: per quanto ne parliamo, quanti di noi sono capaci di fare un orto o estrarre un oleolito da un’erba spontanea? Quante delle nostre chiese, centinaia, di cui non si sa più neanche dove siano le chiavi, nascondono, oltre a tesori d’arte, culti più o meno misterici nelle fondamenta? Ecco come negli anni, nei secoli, basta una pestilenza, un cambiamento politico, una calamità naturale, una invasione di barbari, e si dimenticano le divinità, il significato dei simboli, i riti, ma resta il mito, la leggenda, che arrivano fino a noi.

Simonetta Borgiani

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Intervento alla Tavola Rotonda su La Civiltà della Dea - Treia, Circolo vegetariano VV.TT.,  25 aprile 2017


(P.S. Le teorie e informazioni narrate sono frutto delle ricerche di Giovanni Rocchi, Medardo Arduino e Simonetta Torresi)

lunedì 24 aprile 2017

Restate fedeli alla Terra


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«Vedete, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. La vostra volontà vi dica: sia il superuomo il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di speranze ultraterrene! Essi sono degli avvelenatori, che lo sappiano o no. Sono spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure! Una volta il sacrilegio contro Dio era il sacrilegio più grande, ma Dio è morto, e sono morti con Dio anche quei sacrileghi. Commettere sacrilegio contro la terra è ora la cosa più spaventosa, e fare delle viscere dell'imperscrutabile maggior conto che del senso della terra!»
(Friedrich Nietzsche, Così parlò ZarathustraProemio di Zarathustra - § 3)
«Per secoli la battaglia di moralità fu combattuta tra coloro che sostenevano che la vita appartiene a Dio e coloro che sostenevano che la vita appartiene ai tuoi vicini - tra coloro che predicavano che il bene è il sacrificio di se stessi per i fantasmi nel cielo e coloro che predicavano che il bene è il sacrificio di se stessi per gli incompetenti sulla Terra. E nessuno che vi dicesse che la vita appartiene a voi ed il bene è viverla.»
(Ayn Rand, La rivolta di Atlante, parte III L'Atlantide)

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venerdì 21 aprile 2017

Foggia e Reggio Calabria - 1° maggio dei contadini in marcia per i loro diritti


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1° MAGGIO IN MARCIA PER I DIRITTI SOCIALI E SINDACALI DEI BRACCIANTI AGRICOLI

La negazione dei diritti sindacali e sociali dei braccianti e degli operai nella filiera agricola continua ad essere una normalità nel “Made in Italy”. Un situazione dovuta alle imposizioni della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) sulla pelle di donne e uomini nelle campagne e nelle serre in giro per l'Italia.


La morte di braccianti, indipendentemente dalla provenienza
geografica, è frutto di questo stato di sfruttamento nella filiera.
Basta ricordare Paola Clemente, Mamadou Konaté, Nouhou Doumbia,
Mohamed, Zacaria e tanti altri morti di fatica o tra le fiamme e che
rischiano di finire nel dimenticatoio.

Per questo l'attenzione nelle manifestazioni nel foggiano e a Reggio
Calabria sarà posta sulle caratteristiche generali e specifiche del
lavoro agricolo, ed è il caso dei migranti che vengono sottoposti ad
ogni forma di ricatto e vulnerabilità.

Per queste ragioni invitiamo tutt@ a condividere e promuovere questa
giornate di 1° Maggio


LAVORO DIGNITOSO, PAGA DIGNITOSA NELLA FILIERA AGRICOLA


DIRITTO ALLA DISOCCUPAZIONE AGRICOLA E ALLA E ALLA PREVIDENZA

REGOLARIZZAZIONE PER TUTTI


DIRITTO ALLA CASA, RESIDENZA E CARTA D'IDENTITÀ PER TUTTI

NO AI DECRETI CHE NEGANO LE LIBERTÀ E CRIMINALIZZANO I MIGRANTI E LE
LOTTE SOCIALI


NO AL LEGAME TRA PERMESSO DI SOGGIORNO E CONTRATTO DI LAVORO O PARTITA IVA


SI ALL'ALLEANZA TRA CONTADINI, BRACCIANTI E CONSUMATORI PER UN CIBO SANO


GLI APPUNTAMENTI


ORE 10.00 MARCIA DEI BRACCIANTI DALLA CAMPAGNE DI RIGNANO GARGANICO A
SAN SEVERO (FOGGIA)


ORE 9.30 MANIFESTAZIONE DA PONTE CALOPINACE A PIAZZA ITALIA (REGGIO CALABRIA)

(S.G.)


Adesioni: lavoroagricolo@usb.it

Mare Nostrum - Monitoraggio delle specie non indigene introdotte dalle attività umane nei nostri mari


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La Strategia marina ha permesso ad ARPAT di approfondire alcune attività sul mare, tra queste il monitoraggio delle specie non indigene che vengono introdotte nel nostro mare attraverso le attività umane.
Il D.Lgs 190/2010 (All.1), che recepisce la Direttiva 2008/56/CE sulla Marine Strategy, elenca infatti tra i descrittori qualitativi per definire il buono stato ambientale (GES) delle acque, quello relativo alle specie non indigene introdotte dalle attività umane, che, in condizioni di GES, devono restare a livelli tali da non mettere a rischio la biodiversità autoctona (bioregionale).
Il monitoraggio di questo descrittore è stato incluso dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) nel Piano Operativo delle Attività (POA) elaborato per il 2015-2017, in particolare nel modulo 3dedicato alle attività di indagine della presenza di specie non indigene (NIS).
Le NIS, generalmente di provenienza atlantica o orientale, sono state introdotte nel Mediterraneo o volontariamente, attraverso l'importazione di specie per acquacoltura, acquariofilia o esche vive, oppure accidentalmente con il traffico marittimo, le acque di zavorra delle navi e il biofouling.
Per questi motivi, il POA suggerisce di indagare aree portuali e/o gli impianti di acquacoltura; ARPAT ha scelto di monitorare due stazioni nell'area portuale di Piombino, una stazione interna e una esterna posta nella zona di rada.
 mappa stazioni
I campionamenti previsti per questa attività sono effettuati con il battello oceanografico Poseidon, hanno frequenza bimestrale e riguardano:
  • la determinazione delle caratteristiche chimico-fisiche della colonna d'acqua;
  • l'analisi delle comunità biologiche: fitoplanctonmesozooplancton e macrozoobenthos.
I risultati di tutte le analisi effettuate per questo modulo, inseriti all'interno di format predisposti dal MATTM, vengono trasmessi all'ARPA Liguria, Capofila della Sottoregione Mediterraneo Occidentale, per l'inoltro dei dati al MATTM stesso. La segnalazione di eventuali NIS verrà utilizzata per l'aggiornamento delle banche dati del Mediterraneo.
Di seguito descriviamo le attività tecniche relative alla fase di campionamento.
Le caratteristiche della colonna d'acqua sono state indagate mediante sonda multiparametrica,(temperatura, conducibilità, salinità, ossigeno disciolto, pH), fluorimetro (clorofilla a), e disco Secchi(trasparenza). Inoltre, sono state misurate temperatura dell'aria, pressione atmosferica, intensità e direzione del vento e registrate le condizioni meteo marine (copertura del cielo, stato del mare e altezza onda).
I campioni di acqua per l'analisi quantitativa del fitoplancton, raccolti mediante bottiglia Niskin ebottiglia niskinstabilizzati con soluzione di Lugol 1%, sono stati analizzati in laboratorio, per il riconoscimento tassonomico e il conteggio degli individui (cell/L).
Per l'analisi qualitativa del fitoplancton i campioni sono stati, invece, raccolti mediante retinata verticale, dal fondo alla superficie: il vuoto di maglia di 20µm determina la raccolta soprattutto della frazione >20µm del popolamento fitoplanctonico; filtrare gli organismi lungo tutta la colonna d'acqua determina un campione molto concentrato aumentando la probabilità di incontrare specie grandi, rare, e NIS. I campioni raccolti sono stabilizzati con Lugol 2% per le successive analisi qualitative.
retino zooplanctonPer la raccolta del mesozooplancton è stato utilizzato un retino con vuoto di maglia 200µm: i campioni sono stati raccolti con retinata verticale e stabilizzati con etanolo 70%.
L'analisi dei campioni di mesozooplancton è stata affidata al CIBM, Centro Interuniversitario di Biologia Marina ed Ecologia Applicata di Livorno, che ha effettuato il riconoscimento tassonomico ed il conteggio degli individui.
Infine, per valutare la presenza di NIS nellecomunità bentoniche di fondo mobile, è stato effettuato un campionamento di sedimento nella stazione esterna tramite benna Van Veen, gli organismi sono stati separati dal sedimento mediante setaccio metallico (vuoto di maglia 1mm), narcotizzati (etanolo 10%) e stabilizzati (etanolo 70%) e infine osservati in laboratorio per determinare la composizione quali-quantitativa del popolamento.
Nelle tabelle sottostanti sono sintetizzate le attività effettuate per questo modulo.
AreaDataParametri indagatiN° campioniDescrizione attività
Piombino06/04/16
Variabili chimico-fisiche: Temperatura, salinità, trasparenza
Clorofilla a 
Composizione quali-quantitativa delle comunità planctoniche (fito e mesozooplancton) con indicazione della presenza e dell'abbondanza delle NIS
10
Sonda multiparametrica, Fluorimetro, Disco di Secchi
Microscopio invertito
stereomicroscopio
08/06/16
08/07/16
22/09/16
17/11/16
17/11/16Composizione quali-quantitativa delle comunità bentoniche (fondo mobile) con indicazione della presenza e dell'abbondanza delle NIS6stereomicroscopio

Testo a cura di Daniela Verniani e Fabiola Fani

mercoledì 19 aprile 2017

Villaggio per la Terra... 21 - 25 aprile 2017 al Pincio


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Accademia Kronos della Tuscia insieme ad Earth Day Italia, dal 21 al 25 aprile 2017 aprirà al pubblico a Roma a Villa Borghese 2 villaggi per la Terra. Un’iniziativa internazionale con la collaborazione del Ministero dell’Ambiente, del MIUR, della Commissione Ambiente Europea e di vari enti scientifici internazionali. Il tutto per affrontare i temi del futuro dell’umanità minacciata dal peggioramento dell’ambiente a livello planetario.

E’ questo un evento particolarmente importante e sostenuto da tutto il mondo ambientalista internazionale. I due villaggi per la Terra di Villa Borghese infatti rappresentano una risposta decisa e con contenuti concreti al neo presidente degli USA, Donald Trump, che ha messo in discussione il concetto  di acidificazione degli oceani e di crisi ecologica globale, al punto che è intenzionato ad uscire dagli accordi sul clima di Parigi, firmati nel dicembre 2015 da 198 nazioni della Terra, Stati Uniti compresi. Una decisione, che per scienziati e ambientalisti, è ritenuta fortemente irresponsabile perché alla fine danneggerebbe gli stessi americani e contribuirebbe a mettere a rischio il futuro dell’umanità.

In tutto questo Accademia Kronos di Viterbo, il cui presidente è lo scienziato climatologo Vincenzo Ferrara e Accademia Kronos di Ronciglione, fanno la parte del leone nell’attività che si svilupperà nei 5 giorni a Roma a Villa Borghese.

Sabato 22 a Villa Borghese giungerà la marcia della scienza in concomitanza con simili iniziative che nello stesso giorno si terranno in molti Stati del globo. La marcia della scienza italiana partirà dal Panteon e alle 18 arriverà presso i villaggi della Terra dove ci saranno una serie di collegamenti video con altri eventi simili in USA, Australia e Europa. In quella occasione Accademia Kronos presenterà al pubblico uno spot educativo che andrà in tutte le TV del Pianeta incentrato proprio sulla mitigazione climatica.

Questa edizione, oltre ai temi scientifici accennati, nei giorni 22, 23 e 24 aprile, ospiterà il Festival dell'Economia Circolare. "Recycling Generation" è infatti il titolo di questa manifestazione, per ricordare a tutti che in questa lotta contro i cambiamenti climatici e il degrado generale dell’ambiente l'economia di domani, ma già di oggi, avrà una prospettiva solo se diverrà Circolare e Responsabile verso le future generazioni. Le mille opportunità dell'economia circolare aprono scenari di sviluppo inimmaginabili, che l'economia tradizionale non è più in grado di offrire. Basti pensare ai green Jobs, alle start up, all'economia di impatto, all'economia civile, al riciclo delle materie di scarto: sono questi solo alcuni dei temi trattati nella grande tenda dei convegni del Villaggio per la Terra, dove i visitatori potranno viaggiare nel futuro sostenibile che molti economisti, fisici, matematici ed ambientalisti indicano come l'unico possibile.

Nella giornata del 24 aprile, dalle 16.00 alle 18.00, si svolgerà la prima edizione del premio internazionale "We are doing our part" nella zona terrazza del Pincio. La manifestazione, sarà preceduta dall'intervento di due scienziati, Anna Maria Fausto e Riccardo Valentini, che illustreranno la situazione ambientale a livello planetario. Questo premio internazionale è l'evoluzione della storica manifestazione "Un Bosco per Kyoto", promossa e gestita da Accademia Kronos per un intero decennio (dal 2005 al 2015). Questa iniziativa è stata organizzata da Accademia Kronos Tuscia dove verrà premiato il Governo Svedese che ha deciso di abbandonare completamente i combustibili fossili tra tre anni.

Nei 5 giorni dei villaggi per la Terra tutti i visitatori gratuitamente potranno partecipare a conferenze scientifiche, a corsi di formazione per diventare Osservatori Ambientali, a conoscere le innovazioni tecnologiche sulle energie rinnovabile, assaggiare cibi biologicamente sani, ecc.

La manifestazione dei 5 giorni però non intende essere solo un triste elenco di cose negative. Musica, colori e performance di comici famosi allieteranno ogni giornata dando così l’impressione che aldilà delle brutte notizie esiste ancora nell’uomo la volontà di reagire e di sorridere.


Carlo Sacchettoni - Accademia Kronos


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La bioregione Eurasia dimezzata


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Uno sguardo anche distratto al planisfero terrestre fa balzare all'occhio una circostanza sorprendente e alquanto innaturale: i legami secolari fra Asia ed Europa si sono allentati al punto che perfino la Russia - paese di civiltà europea e che occupa, da solo, circa metà della superficie dell'Europa - vista da Londra, Parigi, Roma o Berlino appare quasi come un corpo estraneo; col mondo islamico il dialogo e la comprensione sono sempre più difficili; India, Cina e Giappone sembrano appartenere a un altro mondo. Si ha l'impressione di essere tornati ai tempi di Marco Polo, quando l'Asia costituiva un mistero, una realtà "altra", remota e quasi irraggiungibile, posta ai confini della realtà; o a quelli di Cristoforo Colombo, che sperava di raggiungere il Cipango ed il Catai navigando sempre verso occidente, animato dal miraggio delle spezie e della seta. Viceversa il continente nordamericano, che solo negli ultimi secoli è entrato nel quadro storico europeo, si è imposto come referente privilegiato e, complici le due guerre mondiali e la "guerra fredda" col suo ricatto nucleare, ha praticamente assoggettato la vecchia Europa, trasformandola in una sua appendice, anzi in un suo avamposto. Ma il "rozzo cocchiere americano", per usare l'espressione di Michele Federico Sciacca, è davvero in grado di traghettare l'Occidente verso le sfide del terzo millennio?

Da Berlino si può viaggiare comodamente in treno fino all'Oceano Pacifico, sulle rotaie della Transiberiana, da oltre un secolo; eppure i giovani di Berlino, come quelli di Londra, Parigi, Roma, Varsavia, si sentono spiritualmente più vicini ai loro coetanei di Los Angeles. Artisti, scrittori, giornalisti europei si sentono di casa a New York, ma non a Mosca, Kazan e tantomeno a Vladivistok; scienziati europei fanno la spola tra le due sponde dell'Atlantico, ma non sono mai stati più a est di Vienna; professori universitari europei tengono cattedra a Yale o Harvard, mai però si sognerebbero di insegnare in Russia, per non dire in India o in Cina; imprenditori che fanno la spola fra il vecchio continente e Chicago pensano che Mosca, Delhi o Pechino siano più lontane della Luna; e persone anche di media cultura sanno più cose della politica, della storia, della letteratura, della musica leggera statunitensi di quante ne sappiano del proprio Paese, mentre la storia, la filosofia e l'arte dell'Asia (e della stessa Europa orientale) sono per esse una vera e propria tabula rasa. Dopo il 1945, complici le due guerre mondiali, la "guerra fredda" e il lungo ricatto atomico, ci siamo abituati a considerare tutto questo come perfettamente normale, mentre basta uno sguardo anche frettoloso al planisfero terrestre, per non parlare di un qualunque manuale di storia anteriore a quella data, per afferrare istantaneamente tutta l'innaturalità di un tale stato di cose.

     Il rapporto fra Europa ed Asia che per millenni, attraverso invasioni e migrazioni, scambi commerciali e culturali, scontri e incontri religiosi, ha costituito la linfa delle civiltà che sono fiorite nel continente euro-asiatico, si è assotigliato fino ad apparire come una fastidiosa zavorra, peggio: una eredità imbarazzante. Che cosa abbiamo a che fare, tuonava Oriana Fallaci, con quei barbari maomettani che se ne stanno col culo all'aria per cinque volte al giorno e che, invece di contribuire al progresso dell'umanità, sprecano il loro tempo in preghiere interminabili? Molti intellettuali, più discreti o più ipocriti della Fallaci, non lo dicono ad alta voce, ma pensano: "Che cosa abbiamo a che fare con gli Indiani che bloccano il traffico delle loro grandi città quando una mucca sacra fa per attraversare la strada; con quei Cinesi dai disegni incomprensibili, che celano i loro pensieri dietro un enigmatico sorriso; o con quei Giapponesi che si disperano a milioni quando muore il loro "divino" imperatore o che si commuovono davanti a  un ciliegio in fiore del sacro Fuijama, ma che hanno fatto di Tokyo una New York più aggressiva, più inquinata, più produttiva, più esasperatamente "occidentale" dell'originale? E gli stessi Russi, sono forse europei? Non c'è in loro il peso evidente del retaggio tartaro, di un dispotismo asiatico che da Ivan il Terribile a Stalin, Eltsin e Putin ha evidenziato la loro impossibilità di essere veramente europei, cioè riconducibili agli schemi mentali e ai comportamenti tipici dell'Occidente? 

Non parliamo dei popoli balcanici: relitti storici che il naufragio dell'Impero Ottomano ha lasciato a riva dietro di sé, rompicapi irrisolvibili che da Sarajevo al Kosovo, dalle foibe di Basovizza alla pulizia etnica di Srebrenica sfidano le capacità di comprensione dell'europeo occidentale. Quei ragazzi kosovari che nel 1999 sputavano in faccia alle truppe ONU perché queste, facendo cordone, impedivano il linciaggio della minoranza serba; che guardavano con occhi carichi d'odio quei loro coetanei francesi in divisa mimetica, quasi che li detestassero e li disprezzassero più ancora degli stessi Serbi, dalle cui violenze erano stati appena liberati, parevano appartenere a un altro mondo, a un altro tempo, a un altro universo etico e spirituale.
      
Invece non è così. La ragione per cui l'europeo occidentale si sente spiritualmente vicino agli Americani e lontanissimo da Russi, Arabi, Indiani, Cinesi e Giapponesi è sostanzialmente il lavaggio del cervello che sessant'anni di predominio statunitense gli hanno fatto subire. L'oblio dei legami millenari con l'Asia è l'altra faccia della medaglia dell'oblio di sé medesimo. Lo stesso termine "Occidente" è un clamoroso falso storico perché sottintende un legame spirituale fra le sponde dell'Atlantico più forte di quello da sempre esistente fra la regione atlantica dell'Eurasia e quelle indo-pacifiche della stessa. 

Il fatto che un parigino o un milanese si "sentano" più di casa a New York o a Los Angeles che a Praga o a Budapest (per non dire a Kiev, Istanbul, Gerusalemme) è la spia di un oblìo radicale delle proprie radici e della propria identità. Barbaro non è chi viene da lontano, ma chi dimentica e rinnega le proprie origini, diceva qualcuno. A forza di sorbirci film e telefilm americani, di ascoltare musica americana, di leggere romanzi americani, di comprare jeans e magliette americani (o con scritte americane) abbiamo finito per perdere i legami con la nostra civiltà e la nostra storia. Anche l'espressione "America", del resto, è un falso storico: "America" è quel continente che va dallo Stretto di Behring al Capo Horn ed è, quindi, per oltre due terzi (dal Capo Horn al Rio Grande) di lingua e cultura latina (e un'altra enclave latina è in Canada, nel Québec francofono). Ma per noi gli Stati Uniti sono diventati l'America tout-court, così come il grido di Monroe "l'America agli Americani" voleva dire, ed è stato in pratica, "l'America allo zio Sam": e il primo a farne le spese è stato il Messico che, col Tratto di Guadalupe-Hidalgo del 1848, ha lasciato nelle sue poderose mandibole una buona metà del suo territorio (per non parlare dei legittimi abitanti del nord America, quei "pellerossa" che gli Statunitensi hanno semplicemente cancellato, come se l'immenso territorio fra l'Atlantico e il Pacifico fosse res nullius, terra di nessuno).
     
Ora, c'è una cosa che distingue profondamente la pax americana, imposta all'Europa occidenale nel 1945 e a quella centro-orientale nel 1991, dalla pax macedonicasulle poleis greche, o dalla pax romana sull'intero bacino mediterraneo, o dalla pax mongolica su gran parte dell'Eurasia e perfino dalla pax hispanica di Carlo V e Filippo II: l'ipocrisia, la pretesa di una superiore moralità, di un peso di civiltà auto-evidente. Figlia, in questo, della pax britannica dell'età vittoriana, quando un quarto delle terre emerse (un quarto delle terre emerse!) godevano del privilegio di prosperare all'ombra dell'Union Jack, la pax americana si autoalimenta di un circolo "virtuoso" di presunzione ideologica e schiacciante superiorità economica, incarnando il dèmone della modernità nella sua forma più estrema e brutale. 

Nata con i due funghi di Hiroshima e Nagasaki (e oggi, finalmente, sappiamo quanto furono irrilevanti le pretese "ragioni militari" nell'impiego dell'atomica, di contro a quelle politiche e psicologiche), la pax americana ha potuto realizzare un inganno pressoché unico nella storia del mondo: travestire l'imperialismo più sfrenato sotto le vesti rassicuranti e benevole di un potere umanitario e paternalistico che esercita la polizia dell'intero pianeta al solo fine di mantenere pace, democrazia e benessere per il più gran numero possibile di abitanti della Terra.

    Abbiamo così assistito senza batter ciglio, anzi prendendo la propaganda più rozza e spudorata per oro colato, allo spettacolo straordinario di un popolo, nei cui cromosomi vi è il doppio, incancellabile crimine della schiavitù dei neri e del genocidio degli Indiani, ergersi a supremo giudice e giustiziere di tutti i crimini contro l'umanità, come la "pulizia etnica" di Milosevic nel Kosovo, o di Saddam Hussein nel Kurdistan; e farsi esportatore, con le buone o con le cattive, dell'economia di mercato, cioè della rapina mondiale delle multinazionali, e della democrazia, cioè di un sistema politico attualmente basato sulla manipolazione sistematica della "verità" e sull'inganno demagogico che rende possibile la dittatura de facto di potenti  lobbies finanziarie che agiscono nell'ombra. Per decenni abbiamo fatto il tifo, nelle sale cinematografiche, per i cow-boys leali e coraggiosi che devono difendersi da orde di indiani incivili, crudeli e sleali; salvo poi, con Soldato blu di Raplh Nelson, obbedire altrettanto ciecamente al contrordine e piangere la triste sorte del "buon selvaggio" di rousseiana memoria: tutto previsto e tutto calcolato dall'industria hollywoodiana, l'importante è il business

Per decenni abbiamo fatto il tifo per i "buoni" marines che liberavano l'Europa dall'incubo nazista; dimenticando i criminali bombardamenti con bombe incendiarie sulle nostre città, la fucilazione dei soldati italiani fatti prigionieri durante lo sbarco in Sicilia, le stesse bombe atomiche lanciate su due città giapponesi indifese e abitate solo da anziani, donne e bambini… Per decenni i nostri capi di Stato si sono profusi in ringraziamenti ai presidenti americani per averci "liberati" nel 1943-45 e hanno deposto fiori sulle tombe dei ragazzi yankee caduti sulle spiagge di Normandia: dimenticando che se gli Stati Uniti hanno avuto 50.000 morti in tutta la seconda guerra  mondiale (compreso il fronte del Pacifico), l'Unione Sovietica, per esempio, ne ha avuti 20 milioni, oltre metà dei quali erano civili.

     E ancora: per decenni abbiamo ringraziato gli Americani per l'ombrello atomico che ci offrivano generosamente, spalancando loro enormi basi militari, terrestri, navali ed aeree, sacrificando un pezzo dopo l'altro della nostra sovranità e dignità, tollerando interferenze politiche d'ogni sorta, ricatti e minacce, complotti dei servizi segreti statunitensi e beffarde violazioni del codice penale (quanti Italiani si ricordano ancora della strage del Cermis? Eppure son passati pochi anni, e tutto si è concluso in una farsa ingiuriosa). 

Per decenni, affascinati da Fonzie e da Gary Cooper, da Luois Armstrong e da Andy Warhol, abbiamo pensato che americano è bello, che non ci può essere niente di più intelligente che masticare chewin-gum o bere Coca-Cola, indossare magliette targate Berkeley o pettinarci come Elvis Presley e ballare come John Travolta. Nell'Editto di Teodorico si legge che il re "barbaro" considerava degno di elogio il Goto che voleva assomigliare a un Latino, meritevole di disprezzo il Latino che volesse somigliare al Goto. Noi non ci siamo vergognati di voler assomigliare ai barbari e, horribile dictu, in tale operazione - anche quand'era più grottesca, come nel celebre film di Alberto Sordi - ci siampo piaciuti, stregati dal caratteristico autocompiacimento che gli Americani mettono sempre in tutto quello che fanno, anche nelle cose più banali, squallide e perfino nefande. Non abbiamo visto quei sorrisi di compiacimento stampati sulle facce dei torturatori e delle torturatrici di Abu Grahib, addirittura accanto a mucchi di cadaveri martoriati e oltraggiati?

    Dicevamo che uno dei segreti del successo nel presentare la pax americana non come l'imperialismo più totalitario nella storia del mondo (Tacito, per bocca del capo britanno Calgaco, diceva che i Romani volevano sottomettere e devastare anche i deserti; oggi si potrebbe dire che il Sistema Solare non basta alle brame imperialistiche a stelle e strisce) è il suo carattere di estrema modernità. L'americanismo, anzi, è la quintessenza della modernità: cioè di quella parabola storica che, iniziata in Europa con la cosiddetta Riviluzione scientifica del 1600, si è caratterizzata sempre più come un valore autoreferenziale basato sulla visione del mondo desacralizzata, riduzionistica, meccanicistica, edonistica, individualistica, prona adoratrice della velocità, della tecnica e del dio denaro. L'America, insomma, piace perché è moderna; il turista europeo preferisce i grattacieli di Manhattan o le spiagge di Malibu perché sono l'incarnazione di ciò che è moderno; mentre Vienna o Budapest sono terribilmente démodé; Bucarest e Belgrado sono Terzo Mondo; Mosca è Asia Delhi e Pechino sono aliene, lunari, extraterrestri. Nel mito dell'America gli intellettuali europei (anche quelli più colti e raffinati, come lo erano, per fare solo  qualche nome, Mario Soldati, Giuseppe Prezzolini e Cesare Pavese) hanno voluto vedere solo il vitalismo di Walt Whitman, l'abolizionismo di Abraham Lincoln, il pragmatismo di John Dewey, il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, il volto buono e onesto degli eroi di cartapesta del cinema: Spencer Tracy, Henry Fonda, Humphrey Bogart.

      Senonché, l'avvento della modernità è stato l'inizio dell'agonia della civiltà europea. Il filosofo George Berkeley lo aveva intuito e sperava di fondare una missione alle Isole Bermude, in pieno XVIII secolo, per offrire all'Occidente la possibilità dii ripartire daccapo, a contatto con le forze "fresche" dei popoli amerindi, non ancora guasti dal materialismo, dal meccanicismo e dal nichilismo. Per l'Europa, quindi, l'aver reciso i profondi e antichissimi legami con l'Asia e aver idolatrato il Vitello d'Oro dell'America ha svolto la funzione di alienare definitivamente gli elementi tradizionali ancor presenti nella propria civiltà - amore e rispetto del passato, fierezza del presente, fiducia nel futuro - per arrendersi senza condizioni alle forze demoniache di uno sviluppo senz'anima, di una tecnologia senza senso etico, di un attivismo senza scopo, di una mercificazione autodistruttiva e necrofila. Il mondo ha perso il suo alone sacrale, la sua luce misteriosa si è spenta insieme alla perdita del senso del limite e del senso del mistero. Why not?, "perché no?" è diventato la bandiera dell'Occidente sradicato, ottenebrato, stravolto: se esistono i mezzi per farlo, perché non farlo? E tutto è divenuto lecito, tutto ha trovato una giustificazione utilitaristica: buono è ciò che "funziona" (dunque la scienza, in primo luogo: o meglio questa scienza riduzionistica e quantitativa affermatasi dopo Galilei, Cartesio e Francesco Bacone), "cattivo" ciò che non dà risultati immediati, che non produce utili.

     Viviamo, diceva Guénon, nel triste e miasmatico regno della quantità, che celebra nella società di massa, nella scuola di massa, nel turismo di massa, nella cultura (sic) di massa, i suoi malinconici riti e i suoi amari trionfi. L'Europa non ha più un'idea: tutto ha svenduto - lei che è stata la patria di Aristotele e di Virgilio, di San Francesco e di Dante, di Erasmo da Rottedram e di Leonardo, di Shakespeare e di Bach - in cambio di un piatto di lenticchie: ha abbandonato il sontuoso palazzo che abitava, pieno di luce e di bellezza, per ridursi a vivere nel buio delle fetide cantine. La parabola della civiltà europea è la parabola della modernità eretta a valore assoluto, dove - come affermava Romano Guardini - l'individuo si crede sempre più libero, mentre è sempre più schiavo di meccanismi standardizzati e impersonali, di un sistema capillare di tipo burocraticoi ed economico che riduce i valori a numeri,  dove la funzione prevale sul significato; dove il singolo, per dirla con Kierkegard, è sempre più appiattito e annullato da una massiccia e sistematica omologazione. Il sogno nietzschiano dell'Oltre-uomo si è spento nell'umiliazione dell'autoimbarbarimento consapevole e compiaciuto; così come il sogno leopardiano dell'ultra-filosofia (di un sapere, cioè, capace di riunire ragione e poesia, per ritrovare il legame perduto con la natura)  è tristemente tramontato nel trionfo di uno scientismo becero e triviale, che tutto appiattisce sul metro di un logos strumentale e calcolante, che trasforma i valori in interessi e riduce l'uomo a strumento della sua stessa tecnica.

      Ma è tempo di reagire. Non possiamo semplicemente cavalcare la tigre (come pensava Julius Evola), perché non possiamo permetterci di attendere passivamente (e magari di affrettare) l'esito catastrofico di questa corsa del treno impazzito della modernità, lanciato a tutta velocità su di un binario morto. No, non c'è più tempo per lasciare che la civiltà europea tocchi il suo Nadir: forse non vi sarebbe più un nuovo inizio.  L'apprendista stregone si è spinto troppo oltre, ha evocato forze troppo potenti che non sa più controllare e che stanno per travolgerlo irreparabilmente. Forse è già accaduto: Platone, narrando il mito di Atlantide, dice che quella gloriosa civiltà finì per autodistruggersi in un eccesso di hybris, quando i suoi sapienti imboccarono la pratica della magia nera e scatenarono le forze della natura, che sommersero l'intero continente. Noi, però, non dobbiamo permettere che si arrivi a quel punto, se abbiamo abbastanza coraggio e lucidità per arrestare la marcia alla catastrofe. Forse il Kali Yuga che è alle porte vedrà comunque il tramonto definitivo della civiltà europea: europea e non occidentale, perché con il secondo termine si comprende anche quella "americana" che però, a ben guardare, è molto più lontana - quanto ai valori - di quel che non si immagini comunemente (un esempio per tutti: la pena di morte, che la coscienza europea ha respinto dai tempi di Cesare Beccaria e che invece piace tanto agli Americani). 

Tuttavia, noi Europei dobbiamo trovare in noi stessi la forza di reagire a questo gioco al massacro che consiste in una accelerazione sempre maggiore lungo le strade della modernità. E per far questo è necessario riscoprire le nostre radici che, per quanto soffocate dai rovi e avvelenate dagli scarichi inustriali, sono forse ancora vitali.

      All'interno di una tale volontà e di un tale progetto, riscoprire la stretta via degli Urali e abbandonare l'ampia via dell'Atlantico potrebbe costituire una delle strategie per la salvezza. Immensi sono i tesori di cultura, di saggezza, di amore per la verità che le civiltà asiatiche hanno ancora da offrirci, per quanto esse stesse siano minacciate, in misura maggiore o minore, dalla nostra stessa malattia: una americanizzazione selvaggia e frenetica, un corsa al produttivismo e all'efficientismo sul cui altare si sacrificano gli enti e i valori senza rimorso e senza rimpianto. E non solo le grandi civiltà, ma anche le piccole hanno molto da insegnarci. È noto, ad esempio, che lo tsunami dell'Oceano Indiano in un solo luogo non ha fatto alcuna vittima: nelle "selvagge" isole Andamane, i cui abitanti - fermi a un livello di civiltà materiale che si sarebbe indotti a definire primitivo - hanno sentito l'avvicinarsi dell'onda devastatrice e sono stati in grado di mettersi in salvo: senza apparecchiature tecnologiche, senza strumentazioni scientifiche, perfino senza telefono e senza telegrafo.

    C'è una profonda lezione in tutto ciò, se la sappiamo comprendere. Che non è e non può essere quella di rinnegare la facoltà della ragione, ma di riportare il pensiero scientifico entro una prospettiva più ampia, ove non siano ignorate o derise le istanze sovra-razionali, ma dove tutte le facoltà umane trovino la possibilità di esplicarsi, progredire e  abbellire la nostra vita, dandole senso e valore. La via degli Urali, la via del Caspio e del Volga, non è solo la via di Attila e di Gengis Khan; è anche la via delritorno a casa, alla nostra identità, alle nostre radici.

    C'è - in particolare - un delitto di cui dobbiamo purificarci, dopo aver fatto la debita espiazione: l'assassinio della civiltà contadina. La sua morte è stata silenziosa, come scrive Ferdinando Camon, ma tutt'altro che naturale: è stata un autentico delitto, consumato nella nostra più completa indifferenza. Il disastro del Vajont ne è un simbolo: l'ebbrezza della tecnica e della sete di guadagno ha letteralmente travolto il mondo contadino della media valle del Piave, colpevole di essere rimasto sostanzialmente al di qua della modernità. Nulla potremo costruire, se non comprenderemo il male che abbiamo fatto a noi stessi sacrificando la nostra tradizione in nome di un progresso puramente economico. Certo, la civiltà contadina non potrà ritornare a vivere. Ma, così come nella vita del singolo, nella vita dei popoli gli errori e le colpe devono essere affrontati, razionalizzati, gestiti, senza di che non sarà mai possibile ritornare a un'esistenza normale. Il sangue sparso di Abele non chiede vendetta, ma chiede espiazione. Solo una società posseduta, alla lettera, dalle forze del male, non sa riconoscere i propri misfatti e crede di poter giocare con le spoglie delle sue vittime. 

I membri della società segreta americana Teschi e ossa, di cui fanno parte personaggi come Bush padre e figlio e il cui fine è il dominio mondiale di una élite occulta, prestano giuramento sul teschio del valoroso capo indiano Geronimo. E gli elicotteri da combattimento statunitensi che portano distruzione e morte in Afghanistan e in Iraq si chiamanoApache: che ne diremmo - osserva Noam Chomsky - se i nazisti avessero scritto "ebreo" sulla fusoliera dei loro famigerati Stukas? Neppure i nazisti avevano spinto la loro impudenza fino a un tal punto.

     Tornare a casa, dunque. Dopo tanto distruggerre, ricostruire. Dopo tanto cementificare, piantare alberi. Dopo tanto correre, fermarsi e riflettere. Dopo tanta violenza stupida e inutile, riscoprire il vero valore della pace: non come assenza di guerra, ma come rimozione delle cause dell'odio, dell'invidia, della vendetta e, soprattutto, dell'avidità. Come diceva Dante nella profezia del Veltro, è la lupa, cioè la cupidigia, il nostro peggior nemico: ed è dentro di noi, non fuori. 

Non è Bin Laden, non è il terrorismo, non è neanche il fondamentalismo islamico. Uomini politici come Bush e Blair vorrebbero farci credere che la priorità, per l'Occidente (loro usano a ragion veduta questa espressione, poiché vorrebbero arruolarci nella loro folle  crociata) è quella di affrontare una minaccia che incombe dall'esterno e che esso deve perciò difendersi, stringendo i ranghi e intensificando i legmi fra Europa e America. Non è vero. Gli interessi dell'Europa non coincidono con quelli degli Stati Uniti. Per l'Europa, la proprietà è ritrovare sé stessa. E per far questo non deve costruire muri, ma gettare ponti. La paura è figlia dell'odio e produce soltanto frutti amari. L'Europa non ha bisogno di odiare nessuno perché è abbastanza grande da riprendere la sua funzione spirituale, che è stata il suo vero titolo di gloria nei secoli. Sono i piccoli botoli ringhiosi, come Bush padre e figlio, che sanno soltanto odiare e seminare incertezza e spavento. Lasciamoli condurre la loro piccola politica per i loro meschini interessi; l'Europa ha ben altro di cui occuparsi: deve sapere guardare lontano, deve saper pensare in grande.

Francesco Lamendola

(Il Corriere delle Regioni)

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Commento integrazione di Claudio Martinotti Doria:

Il lungo ed esaustivo articolo  del filosofo ed erudito Francesco Lamendola, è certamente fuori dal comune, espone un pensiero non omologato e piuttosto critico nei confronti degli USA ma soprattutto dell’addomesticamento subito da noi europei negli ultimi decenni, che abbiamo commesso il grave errore di allontanarci dai nostri secolari legami con la Russia (che rammentiamolo, costituisce la metà del continente europeo, la c.d. Russia Europea) e soprattutto con l’Asia, fino a considerarli corpi estranei e culture distanti ed inconciliabili con la nostra, quasi aliene, rimuovendo dalla memoria ogni residuo storiografico.
Il lavaggio del cervello subito dagli europei negli ultimi settant’anni, cui accenna l’autore, è a mio avviso soprattutto frutto della potenza comunicativa dell’industria ed ideologia hollywoodiana, che nell’arco di pochi decenni è riuscita a conquistare il mondo dando un’immagine favorevole degli USA, nonostante gli aspetti negativi (politico istituzionali e finanziari) non taciuti, o addirittura denunciati in alcune produzioni cinematografiche, in particolare negli ultimi anni, ma comunque minimizzati, quasi giustificati come un male necessario.
Questo successo planetario di conquista culturale e consumistica è stato veicolato soprattutto dalla televisione con l’ovvia complicità (involontaria o no, il risultato non cambia), della classe dirigente politica, istituzionale e mediatica dei singoli paesi occidentali, che ha favorito i prodotti cinematografici e televisivi USA a scapito di quelli europei. Unica eccezione: i francesi, che per volontà politica negli ultimi anni hanno rivitalizzato il loro cinema, anche con risultati lodevoli. Paradossalmente, anche se riduttivamente e simbolicamente, i prodotti culturali americani sono quasi interamente ispirati alla nostra storia, mitologia, arte, creatività, ecc. (basti vedere quanta influenza e fascino ha esercitato l’Impero Romano sulla società americana, cinema e politica comprese), ma sono riusciti abilmente a farne un uso strumentale a proprio esclusivo vantaggio, quasi impossessandosene.
Per sintetizzare radicalmente, gli europei hanno rinunciato alla loro identità per assumere quella americana come modello di riferimento, fornendo un consenso più o meno implicito al loro dominio e subordinandosi ai loro interessi (spesso divergenti da quelli europei), in ogni settore, soprattutto economico militare. Un uso intimidatorio (e non solo deterrente) della forza, che condiziona a tal punto gli alleati (vassalli), da autorizzarli ad insediarsi nei territori europei come fossero a casa loro, posizionandosi strategicamente e favorendo il business delle loro multinazionali (cui il governo degli USA è subordinato, per non dire interamente al loro servizio), che considerano i partner locali degli utili idioti e la popolazione una semplice variabile manovrabile a piacimento tramite i mass media da loro quasi interamente controllati e diverse ONG e Fondazioni da loro finanziate e pianificate.
L’articolo è datato, risale ai tempi in cui negli USA governava Bush Junior ed in Gran Bretagna Tony Blair, i quali con l’inganno pianificato e pretestuoso delle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein, hanno scatenato e giustificato la Guerra in Iraq che perdura ancora oggi (guerra permanente).
Articolo datato ma più che mai attuale, soprattutto alla luce dei recenti bombardamenti Usa in Siria che rischiano di far precipitare nuovamente il mondo nell’incubo di un’ulteriore guerra mondiale, sempre sul suolo altrui.
Claudio Martinotti Doria

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